IL SEGNO DEL COMANDO E GUSTAV MEYRINK

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Il Segno del Comando è un gruppo musicale nato nel 1995 a Genova che si è soffermato, in ben 2 dischi, sull’opera di Gustav Meyrink e ha così contribuito a far conoscere la sua opera al di fuori dei circoli strettamente letterari. Il Segno del Comando entra quindi nel discorso relativo alla ricezione dello scrittore in Italia. Si tratta della dimostrazione di quanto, in realtà, la sua popolarità sia molto viva e di come la sua figura non cessi di avere un’influenza “sotterranea” (a dispetto di chi, come si diceva, ha bollato i suoi romanzi come ciarpame fumettistico” o li considerava disperatamente datati, troppo tradizionalisti e quindi non “ideologicamente” corretti) in diversi contesti nell’odierna cultura “popolare”.

Nasce inizialmente come progetto di studio, per volontà del cantante Mercy (all’epoca voce dei Malombra, poi negli Helden Rune e oggi nei quotati Ianva) e del bassista Diego Banchero, ottimo musicista con un background jazz e anche lui membro dei Malombra, prima ancora degli Zess, poi con Il Ballo delle Castagne e i neofolk Egida Aurea. L’intento è quello di recuperare le radici di certa cultura italiana sotterranea e oscura degli anni Settanta. Il gruppo prende il nome dal mitico sceneggiato Il Segno del Comando del 1971 con la regia di Daniele D’Anza e con gli attori Ugo Pagliai e Carla Gravina.

Dopo lo splendido disco d’esordio (Il Segno del comando – 1996), sorta di omaggio al prog italiano oscuro degli anni ’70 e, allo stesso tempo, tributo all’omonimo sceneggiato, nel 2002 esce il secondo disco Der Golem. Il concept è interamente dedicato al romanzo capolavoro di Meyrink. Musicalmente il disco segna però un cambio di rotta: si abbandonano, almeno in parte, le atmosfere anni ‘70 del primo disco per abbracciare soluzioni musicali più moderne e vicine al gothic-metal. Tuttavia permane, in alcuni momenti, un genuino feeling oscuro. I brani rievocano tutti le atmosfere del libro: brani come “Dal diario di un intagliatore di pietre”, “Golem” e l’epica e gotica “Komplott Kharousek” sono realmente spaventosi e sono un ideale colonna sonora del testo. Degna di menzione la splendida copertina, a cura dell’artista genovese Danilo Capua. Non siamo ai livelli del primo disco, ma Der Golem mantiene tutt’oggi, al netto di qualche brano poco ispirato, un suo indubbio fascino.

A questo punto il progetto rimane nel congelatore, dal 2002 al 2010, fino a quando viene riesumato da Diego Banchero nel 2013 con la pubblicazione, sempre per Black Widow, di un nuovo disco. Banchero torna ancora sull’opera di Meyrink (d’altra parte è un cultore dello scrittore) e, per la precisione, su Il Volto verde. Siamo di fronte a un’opera complessa e profonda. I testi, a cura di Banchero, riprendono alla lettera le tematiche del romanzo e si rivelano simbolici e oscuri. Il volto verde è valido e si riavvicina alle atmosfere del prog italiano del primo lavoro. Il fantasma di Meyrink aleggia in più occasioni in brani come “Chider il verde”, “La bottega delle meraviglie”, “La congrega dello Zee Dyk”, “Il manoscritto”, “L’Evocazione di Eva” e “L’Apocalisse” che rievocano le vicende de “Il Volto verde” e seguono fedelmente lo svolgersi del romanzo.

L’attuale leader del gruppo, il bassista Diego Banchero, così spiega l’interesse per Gustav Meyrink:

“La scelta di approfondire un’opera di Meyrink (Il Golem) e di utilizzarla per realizzare il “concept” del nostro secondo album è stata, inizialmente, quasi casuale. Si trattava indubbiamente di un romanzo, dal punto di vista narrativo, molto evocativo. Tuttavia non eravamo ancora coscienti del suo potente contenuto esoterico e di come le immagini e i “sogni” evocati dal libro si sarebbero rivelati per noi una potente influenza e ci avrebbero accompagnato in futuro. Fu solo durante la lettura del testo che prendemmo via via coscienza che eravamo di fronte ad un’opera straordinaria che avrebbe plasmato la nostra “visione delle cose”. Personalmente venivo da una formazione “scientifica” che aveva influenzato la mia emotività. Ma notai immediatamente le analogie fra i capisaldi teorici di certa “psicologia dinamica” e le concezioni di Meyrink. Anzi, gli insegnamenti “meyrinkiani” mi permisero di comprendere molto più a fondo alcuni punti oscuri di questa disciplina. Il percorso da me intrapreso da quel momento fu quello di seguire 2 strade parallele: una sempre legata alla mia formazione e necessaria alla mia pratica clinica quotidiana di terapista psichiatrico. L’altra oltre al confine del “scientificamente ammesso”. Lessi così anche gli altri libri di Meyrink e notai che ognuno di essi approfondiva determinati aspetti specifici di una teoria più ampia. Una teoria di cui Meyrink non era l’unico esponente. Studiani anche altri autori. Alcuni erano fortemente influenzati da lui mentre altri andavano semplicemente nella sua stessa direzione. Meyrink influenzò anche altre stagioni del mio lavoro di compositore. Restò presente anche durante altre mie esperienze artistiche (ad esempio con gli Egida Aurea, i cui testi approfondivano gli aspetti legati alla sociologia e alla metapolitica). Tutt’ora Meyrink è un autore che, ciclicamente, torno a leggere. Ogni volta, leggendo i suoi testi, faccio nuove scoperte: aspetti e segreti che si disvelano nel momento in cui la mente è pronta a comprenderli. Solo in quel momento si colgono nella loro “essenza” e si fanno propri. Le sue concezioni esoteriche permettono di assimilare elementi appartenenti alla spiritualità più profonda e, allo stesso tempo. Influenzano il funzionamento pratico nella vita di tutti i giorni. L’insegnamento di Meyrink è una risorsa che permette di ristrutturarsi e di lenire i conflitti, di difendersi da quelle catene che impediscono ad ognuno di noi di vivere un’esistenza meno succube.

 

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