Schröttersburg: Melancholia. Dekonstrukcje

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Entrata di recente nella scuderia della Zoharum, la band polacca Schröttersburg ha rilasciato da non molto, con la nuova etichetta, l’album Melancholia. Dekonstrukcje. Rimasti finora generalmente sconosciuti al pubblico abituale di darkwave e postpunk, il gruppo propone oggi una versione ‘riveduta e corretta’ da altri musicisti, di Melancholia, il lavoro uscito nel 2018, del quale si era, in verità, sentito parlare ben poco: un’occasione per scoprirli entrambi e rendersi conto di come ‘circola’ la nostra musica. Le tracce di Melancholia. Dekonstrukcje, ‘ritoccate’ con sensibilità diverse, rispecchiano scelte formali di vario tipo e, probabilmente, questo è l’aspetto interessante di tutta l’operazione. Per esempio l’opener, “Joshua Ben Joseph” nel remix di Piotr Dabrowski, sperimentatore di suoni elettronici, sembra trasformata da impetuoso brano postpunk scandito da un basso potente a un caliginoso quanto affascinante scenario a tinte ‘ambientali’, tanto da risultare quasi irriconoscibile. Subito dopo, il remix di “Melancholia” – corposa traccia tutta basso e chitarra – ad opera di Vilkduja dalla Lituania, la rallenta, conferendole un tocco lugubre mentre “†††”, nella versione di Tzii, perde il suo intenso vigore postpunk optando per un paesaggio cosmico e inquietante popolato in modo crescente da voci tormentate. “Jesteśmy ciszą”, invece, qui rielaborata da Ame De Boue, conserva la sua irruenza rivestendosi di sonorità elettroniche dal sapore ‘tecnologico’, con risultati decisamente apprezzabili e “Dłonie” acquista, nella variazione a cura di Gaap Kvlt, solennità, tensione e disarmonie tipicamente ‘industriali’; in “Pociągi”, rivista da Mirt, dilaga un’opprimente aura ‘futuribile’ con la parte vocale che pare infuriare in lontananza. Troviamo infine “Siedem” di cui il remix di Fleuve dissipa la malinconia intensa, attribuendole un afflato incalzante e drammatico e la conclusiva “Popielec” che, nella versione di 1997EV di Andrea Ev, vede esaltato l’elemento ‘truce’ e un po’ spettrale e che chiude in un’atmosfera davvero fosca un lavoro che, in effetti, fa venir voglia di approfondire la conoscenza degli Schröttersburg.

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