Cabaret Voltaire: Shadow of Fear

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La pubblicazione del nuovo album a nome Cabaret Voltaire, a 26 anni (!) dal precedente, mi dà la possibilità di parlare di un gruppo che amo molto e la cui importanza nella definizione della musica industriale è innegabile.

A dire il vero per questo Shadow of Fear c’è il solo Richard H. Kirk in formazione, cosa che ha suscitato molte critiche da una parte non minoritaria di fan di vecchia data. È indubbio che un album a nome Cabaret Voltaire abbia un riscontro in termine di vendite imparagonabile rispetto ai lavori solisti di Kirk, nei suoi numerosissimi monicker (Sandoz, Electronic Eye, The Revolutionary Army Of The Infant Jesus, Sweet Exorcist,…). Per quanto le motivazioni dell’artista di Sheffield non saranno state propriamente cristalline, c’è da dire che questo album suona davvero convincente: soprattutto risulta credibile come episodio nella, seppure variegatissima, discografia dei Cabaret Voltaire. 

Echi dal repertorio del passato sono così rintracciabili in diversi episodi di Shadow of Fear: “Be Free” che apre il disco sembra un inedito del bellissimo album dei Cabs 2×45 (lo spartiacque tra la parte industrial della loro carriera e la successiva parentesi synth-pop) ma suonato con la tecnologia attuale. In “Papa nine zero delta united” compare (e non può essere un caso!) la base ritmica sintetica, molto vintage, dello storico pezzo “Nag nag nag”. E anche in “The Power (of their knowledge)” si possono riconoscere dei richiami al periodo Some Bizarre dei Cabaret Voltaire, che in particolare negli ottimi album The Crackdown e Micro-phonies hanno permesso al gruppo di raggiungere le classifiche ufficiali britanniche, sebbene in posizioni di secondo piano. 

Magari queste somiglianze sono frutto della suggestione ma in fin dei conti l’unica cosa che conta è la qualità di Shadow of Fear, che, senza essere una pietra miliare, è comunque un’opera assai solida e convin­cente.

Una delle migliori definizioni che possono essere applicate alla musica dei Cabaret Voltaire è “Funk Sinistro”: anche negli episodi più sperimentali degli esordi infatti il lato dance e la passione per la soul music sono stati sempre elementi rintracciabili nelle composizioni del gruppo. Nell’ultimo periodo della loro carriera poi, dopo la pubblicazione dell’abominevole Groovy, Laidback and Nasty, il lato dance/edm prese definitivamente il sopravvento, con creazioni in stile house music di rara bruttezza. 

Fortunatamente nessuno degli otto episodi di Shadow of Fear ricalca quelle nefandezze. Sono tutte composizione strumentali, estremamente dilatate, mai sotto i sei minuti di durata, costruite sulla ripetizione, con ritmi sostenuti, in ottica quasi trance: in esse via via si vanno a sovrapporre strati di suoni, un accumulo che cresce e si arricchisce di molteplici prospettive e sfumature man mano che il pezzo si sviluppa.

Kirk produce inserti di chitarra per creare suoni puri, al di fuori di qualsiasi fraseggio melodico: vi aggiunge poi mille campionature, soprattutto vocali e stravolte dagli effetti, riprendendo lo stile “cut-up” applicato in letteratura da William S. Burroughs, un artista venerato da Kirk.

Be Free” ha un suono ballabile, quasi in stile “northern soul”, innestato però su una base di suoni ostici. 

In “The power (of their knowledge)” e “Night of the Jackal” echeggiano sonorità synth-pop che vanno a creare un dualismo tra atmosfere vintage e la costruzione moderna di questi pezzi.

“Microscopic Flesh Fragment” è un episodio relativamente intimista, nonostante la ritmica vivace che batte il tempo in sottofondo: ha infatti un andamento pigro, dei suoni particolarmente dilatati e un fraseggio percussivo drum & bass interrotto prematuramente. 

In “Papa Nine…” il ritmo è incessante, con un tono molto sbarazzino. Man mano la costruzione si trasforma per diventare un brano con uno stile più propriamente synth-pop anni ‘80.

“Universal Energy” è una concessione ai momenti più ballabili della carriera dei Cabs. Un episodio più smaccatamente techno, non particolarmente interessante se non per la sua incessante base ritmica industrial in sottofondo.

“Vasto” è poi un inaspettato omaggio all’omonima cittadina balneare italiana: un’unione tra atmosfere dance e industrial per quello che risulta essere uno dei brani più riusciti dell’album.

“What’s going on” è infine la rappresentazione plastica del concetto di funk sinistro, con i suoi campionamenti di fiati, l’andamento vivace e le sonorità oscure.

Con Shadow of Fear Richard H. Kirk riesce con successo a creare un’incarnazione moderna dei Cabaret Voltaire, senza rinnegare il passato ma senza nemmeno scadere in un patetico effetto nostalgia.

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