My Dying Bride: Macabre Cabaret

0
Condividi:

Evidentemente Stainthorpe e Craighan vantavano un credito d’ispirazione e, non paghi dell’ottimo riscontro rilevato a proposito del recentissimo “The ghost of Orion” (elevatosi fino al numero dodici delle sempre ricettive classifiche tedesche), danno alle stampe questo mini compilante ulteriori tre tracce.  

Peccherebbe d’imperdonabile immodestia colui si permettesse di giudicare senza tener conto di quanto i cinque britannici hanno contribuito per la ri-definizione del concetto istesso di metal oscuro, darkeggiante ed introverso. Un cammino lungo, una crescita costante fondata sull’elaborazione ed il perfezionamento di una formula presa poi ad esempio da molti.  

Una batteria tonitruante scuote l’impalcatura che regge la title-track, rivelando la competenza di Jeff Singer che militò nei ranghi dei colleghi Paradise Lost e che vanta una solida esperienza; doom liturgico (l’organo sovente in primo piano) che si fa via via più narrativo, pregno di quell’epica crepuscolare che i MDB hanno interiorizzato e che ricorre a porzioni strumentali finemente cesellate che si ripetono nel corso dei dieci minuti di durata della canzone. Il richiamo alle atmosfere che permeavano le trame di antichi sceneggiati è assai naturale, almeno per chi quell’epoca l’ha vissuta. Le chitarre ed il canto minacciosi di “A secret kiss” rimandano al passato del complesso di Halifax, mai rinnegato e semmai idealizzato senza svuotarlo di contenuti. Perchè i My Dying Bride meritano l’appellativo di Maestri, di Veterani ormai contando trenta ininterrotti anni di attività dalla fondazione. Il brano ci riporta alle origini, dove tutto è iniziato, ai Black Sabbath delle origini la pure all’epica rutilante di “The headless cross” e di “Tyr”: il crepuscolo degli Dei, l’ingresso al Salone degli Immortali. Chiude il brano da singolo, perchè “A purse of gold and stars” tale è, uno di quei gioielli che rimangono celati in fondo all’astuccio che li custodisce, e che spetta all’appassionato poi scoprire. L’atmosfera cinerea che pervade i suoi sei minuti scarsi di durata (un episodio breve per lo stile dei MDB) si amplia per effetto dell’utilizzo del violino e delle tastiere di Shaun Mcgowan; l’epilogo fosco d’una tragedia, l’atto finale del dramma? Nondimeno parrebbe sottintendere una raggiunta pacificazione, chissà. 

Forse è suggestione, certo è che solo il nome, My Dying Bride, suscita rispetto. Ed è giusto che così sia.  

Amen. 

 

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.