Pankow: Der Doctor Schnabel Von Rom

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Con colpevole ritardo recensisco il ritorno dei Pankow, un elegantissimo EP 12”, disponibile anche in edizione limitata in vinile bianco, racchiuso in una copertina dorata di grande fascino. Il tutto licenziato dalla mitica Contempo Records di Firenze, con cui i Pankow pubblicarono i loro storici album degli anni ’80 e ’90.

Der Doctor Schnabel Von Rom raccoglie cinque episodi che mostrano quanto eclettica possa essere la proposta artistica attuale dei Pankow, una proposta in cui, senza forzature, l’EBM si affianca a suggestive atmosfere eteree. E in effetti sono soprattutto i toni delicati e morbidi ad essere maggiormente rappresentati in questo EP, che mostra quindi un lato più riflessivo della musica del gruppo.

Il disco si apre con “Australia is burning” che è una vera autocitazione: i Pankow hanno infatti ripreso il loro vecchio brano “Germany is burning”, lato B del singolo “Me & My Ding Dong”, mantenendo il suo ritmo energico e ballabile. Se la canzone originale fu ispirata dai movimenti in Germania che portarono alla dissoluzione del muro di Berlino (inevitabilmente un simbolo e una suggestione enorme per i Pankow!), qui è l’emergenza ambientale, e in particolare gli incendi che hanno devastato a più riprese l’Australia, ad essere il focus principale del pezzo. A quanto pare la canzone venne composta e registrata due anni fa, in occasione di una visita di Maurizio Fasolo a casa di Alex Spalck, nei pressi di Melbourne. L’idea di un brano sugli incendi che al tempo stavano devastando l’Australia fu della compagna di Alex, la dottoressa Debra Parkinson le cui riflessioni sono riportate nel video di “Australia is burning” nonché nel testo “The Reckoning”, pubblicato sul retro della copertina di questo EP. Il brano è diventato drammaticamente di attualità, visto che la scorsa estate di nuovo l’Australia è stata per mesi devastata da drammatici incendi, una vera apocalisse che ha carbonizzato un’area di grandezza pari all’intera Inghilterra.

È triste notare come l’emergenza ambientale non sia assunta ancora a seria priorità principale dei governi di tutto il mondo, sebbene le evidenze dei cambiamenti climatici siano oramai quasi quotidianamente sotto gli occhi di tutti (proprio mentre scrivo queste righe, l’Italia è colpita da piogge torrenziali che hanno avuto un impatto drammatico in molte località). I Pankow in questa fase della loro storia hanno quindi deciso di porre una forte attenzione ai temi ambientali e sociali (si veda anche il singolo Blockupy uscito solo in digitale tre anni fa), con uno spirito tutt’altro che ovvio e didascalico. Risuona in me la genuinità delle loro intenzioni, nonché il modo diretto ed efficace di esprimere questi argomenti, fuori da ogni retorica e, soprattutto, “buonismo”: emblematica in questo senso è la dedica del brano “Ecocalypse” (di cui esiste un suggesti­vo video interpretato da Verdiana Raw) al movimento antagonista Extinction Rebellion.

Sono cinque, si diceva, i brani di questo EP, tutti caratterizzati da un’elettronica minimale, a volte rarefatta, in cui si innesta il cantato di Alex Spalck, intenso, evocativo e in alcuni episodi perfino romantico.

“Australia is burning” è l’unico pezzo movimentato, con il suo ritmo techno in evidenza: un brano piuttosto ballabile, in cui la cassa “diretta” in 4/quarti fa da contraltare alla melodia vocale malinconica. “There is no such thing as past or future” ha una base simil-ambient, su cui all’improvviso si innesta un ritmo minimale di drum machine. “Ecocalypse’ bilancia le sue dolci linee vocali, quasi pop, con suoni più sperimentali. “Don’t fall in love with death” è il brano più spettrale e “drammatico”, con la sua base lugubre di tastiere, la voce piena di eco e rari sprazzi rumoristici. La cover del bellissimo pezzo di Brian Eno “By this river” chiude l’EP (chi si ricorda la versione che ne fece Martin Gore nel 2003?): una bellissima interpretazione con tastiere minimali e il gioco di echi, duplicazioni e incastri del cantato. 

Doveroso infine segnalare il lavoro grafico di Maurizio Fasolo per la copertina del disco, frutto di un vero studio filologico delle fonti iconografiche, di cui il retro-copertina riporta una sintesi. E la scelta di raffigurare su Der Doctor il “dottore della Peste” diventa emblematica per rappresentare il periodo apocalittico che stiamo tutti vivendo…

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