The Magik Way: Il Rinato

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Il Rinato esige l’attenzione dell’ascoltatore. Esso affonda le sue radici nella Tradizione che strato dopo strato s’è consolidata, terreno fecondissimo dal quale trarre nutrimento.  

Il Rinato profuma di zolla appena smossa, di antichi aromi, di polvere, di zolfo. Masserie sperdute come punti neri tracciati sulla tavolozza di terra bruciata dal sole, segnata dall’acqua e dal gelo, graffiata dai venti che da Nord come da Sud recano frammenti, odori, freddo che punge e caldo che soffoca. Muri scrostati ove mani sconosciute hanno inciso segni incerti, date e nomi, travi annerite da fuochi accesi nei secoli da fuggiaschi, da pastori, da viandanti. Da chi cercava tra quelle pareti spoglie riposo, conforto, ricetto. Stanchi. Affamati. Spietati. 

Il Rinato è il cerchio saldato col fuoco dal martello del fabbro, il quale percuote con vigore il ferro stringendolo nella morsa tra martello ed incudine. I tonfi risuonano regolari, sinfonia monotona accompagnata dallo sfavillio di scintille che si spengono sul pavimento lordo come sciami di meteore nel cielo brunito. Gesti che racchiudono in essi un’Arte apparentemente barbara. La sua struttura sonora s’arricchisce nel corso del suo svolgimento di formule che il complesso piemontese assorbe dal bagaglio (della Tradizione di cui sopra) al quale altri hanno fatto ricorso negli anni, remoti o più recenti, andando così a saldare presente e passato. E’ una prospettiva da tenere nel giusto conto. La narrazione è affidata ad una voce che evoca tormenti, angosce dalle quali si cerca sollievo che si rivela effimero nella memoria, se questa può essere d’aiuto. Sovente non lo è, evocando antiche paure sopite ed attizzando la fiamma del dolore.  

Il Rinato è opera oscura, ermetica, magnetica, dai contorni volutamente sfocati. Uno spiraglio di luce penetra il buio lasciando l’interpretazione aperta ad opzioni che l’ascoltatore potrà valutare a seconda della sua esperienza. Il fascino del racconto, della parola.  

Opera incantatrice. 

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