È un rientro di rilievo quello dei Wake, goth-rock band di Columbus (Ohio) di cui non si sentiva parlare da un bel po’. La loro formazione risale agli anni ’80, ma nei ’90 è andata poi sviluppandosi la loro formula che, una volta imparata la ‘lezione’ del goth britannico, la restituiva, di fatto, ancora più energica, più psichedelica, più ‘sotterranea’, appropriandosi dell’evoluzione del ‘genere’ e arricchendola di un marchio personale. Perfumes and Fripperies riparte da dove i Wake ci avevano lasciato, ovvero Nine Ways del 1996 e ci fa capire quanto tempo sia passato: gli scenari sono ancora oscuri, la voce di Troy Payne è sempre ‘cavernosa’, gli strumenti del mestiere – basso e chitarra inconfondibili! – sono presenti e le influenze musicali evidentissime ma vi è spazio per emozioni più profonde, toccate da una sensibilità più sottile e penetrante. Vediamo i dettagli: l’opener “Daisy”, uno degli episodi più belli, ci offre un esordio cupo e sinistro, caratterizzato dall’andamento cadenzato e dal ‘lamento’ della chitarra: un assaggio dell’atmosfera opprimente, un po’ tipica dell’intero album. Subito dopo, non cambiano i colori in “Hammer Hall”, anticipati da un favoloso giro di basso, e le doti canore di Payne conquistano la prima fila; “Marry Me” è un omaggio palese, forse solo un filo sfacciato, ai Sisters of Mercy e “Break Me Not” è un altro pezzo davvero vincente, a partire dalla melodia inquietante e ‘ficcante’ al tempo stesso, mentre brani come la title track, poi, i cui suoni familiari ci appaiono comunque complessi e variegati, ci fanno amare follemente il gothic rock. Impeccabile “Rusted 20”, ‘riedizione’ di un singolo di qualche anno fa, cui il contributo di Caroline Blind alla chitarra fa da prezioso supplemento e anche nella successiva “Everything” si apprezza, sempre alla chitarra, una collaborazione di ‘lusso’, quella di Dave Wolfenden di Red Lorry Yellow Lorry. Quindi, il remix del singolo del 2010 “Emily Closer” a cura di Matt Hagberg perfeziona ed affina le sonorità più ‘rustiche’ dell’originale; in chiusura, le sfumature shoegaze di “Big Empty” e l’ulteriore richamo ai Sisters of Mercy in “Figurine” concludono un disco che, se non costituisce una svolta, di certo soddisfa le nostre voglie più ‘gotiche’ e segrete.