L’artista svedese Erik Gärdefors, con il suo progetto Grift, nel 2020 ha pubblicato il quinto album, Budet. Creatore di uno stile di impronta folk/nordica intenso e drammatico, dominato per lo più da un mood desolatamente pessimistico, Grift è profondo conoscitore e amante delle tradizioni scandinave. Utilizzando influenze black metal per arricchire la sua musica di forza e sostanza, Grift ha rilasciato una versione del folk nordico fra le più dark in circolazione, senza tralasciare una densità poetica che ne rende l’ascolto assolutamente speciale. Scendiamo nei dettagli: la bellissima “Barn Av Ingenmansland”, l’opener, esordisce con organo e note crepuscolari sulle quali spicca il canto tormentato, ma dalla metà del brano la ‘costruzione’ si consolida e l’impeto cresce fino all’apice, approdando infine a una chiusa pacata. Subito dopo, “Skimmertid” sceglie un cupo contesto folk delineato dalla chitarra ma con momenti di tale potenza da portare all’esaltazione e anche “Ödets Bortbytingar” apre con un’attitudine apocalittica che perdura in tutto il pezzo, nonostante il passaggio di violino – esteticamente perfetto! – a cura di Georg Börner; “Väckelsebygd”, dopo gli inediti ‘scricchiolii’ iniziali, introduce un torvo paesaggio ‘ambientale’ ove, fra richiami ‘naturalistici’, rumori e note di organo, l’angosciante spoken word spicca con prepotenza: la ripetitività e l’oscurità dell’impianto sonoro, tuttavia, fa sì che i dieci minuti del brano siano fra i più faticosi e impegnativi dell’album. La seguente “Vita arkiv” gli orizzonti si ampliano pur senza schiarirsi e, di nuovo, il violino compare a colorare di poesia un mondo altrimenti dominato da asprezza e sofferenza. Infine, “Oraklet i Kullabo” ritrova, con le abituali modalità ‘metalliche’ una connessione con il folk più dark, offrendo un riferimento a una storia locale, e conclude il disco con fervore e un tocco di magica solennità.