Hostile è un disco di eccezionale spessore che corre teso lungo le sue quattordici tracce senza mostrare cali cedimenti. D’altronde trenta anni di carriera contano non poco, e l’esperienza maturata è messa a frutto con giudizio dal quartetto romano.  

Brani che evidenziano una prova vocale di assoluto livello; una chitarra che taglia letteralmente l’aria poggiando su un drumming chirurgico e su un basso sempre presente costituiscono la solida ossatura di una serie di titoli che si susseguono in un crescendo di emozioni, di sentimenti cangianti. Grigio e nero sono i colori che prevalgono. Amalgama esaltata dalla produzione di Keith Hillebrandt (Nine Inch Nails…), che eleva Hostile ad un livello al quale, permettetemelo, pochi possono ambire. Un suono denso, crepuscolare, strati di cenere che si sovrappongono seppellendo sotto una spessa coltre i sogni, le illusioni di una civiltà morente. La narrazione che trova un suo senso, un significato ben preciso. “Nearly incomplete” che col suo incedere nervoso rende obsoleto il terminealterna” ed assorbe le istanze fatte proprie dai Deftones, furiose impennate che lasciano spazio a frazioni di melodia che pare venga strappata letteralmente da un tessuto calcinato, destinato al disfacimento, “Harsh and educational” e la matura, geniale fin dal titolo “Lava bed Sahara”, sulla quale si staglia lo spettro degli Alice In Chains, eppoi la schizofrenia, la meravigliosa schizofrenia dei Tool… Ma questi sono gli Aborym del 2021, loro e basta. E l’elenco degli episodi che meriterebbero almeno una citazione (tutti!) si allunga, “Radiophobia” e “Sleep”, una cantilena inquietante che ridona un senso al vocabolo ”dark”. Poi “Wake up. Rehab”, “Disruption” (l’opener che anticipa l’apocalisse sonora che seguirà), la folle bellezza di “Magical smoke screen”… Ma che senso ha, Hostile va ascoltato, accolto nella propria anima nella sua intierezza. Una visione globale, un passo sempre avanti.  

Poco da aggiungere, da oggi tutti dovranno confrontarsi con Hostile, e non sarà facile! 

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