Apriamo il 2021 musicale con Gardens in the Dark, album italiano del progetto The Illusion Of Silence di Luca Bonandini, ricordato su queste pagine l’anno scorso per la collaborazione con Aima Lictblau in Music for Certain Rituals. In verità Bonandini, eclettico polistrumentista, con il citato monicker pubblica quest’anno il quarto lavoro, dimostrando che la sua passione musicale, che resta fedele alle abituali caratteristiche, è in grado ormai di produrre frutti maturi e sostanziosi: atmosfere fosche dai colori spenti, sonorità classicheggianti con derive neofolk, ove si contempla anche l’utilizzo di strumenti antichi, malinconia imperversante, seducente e ‘velenosa’ al tempo stesso.

Al disco hanno collaborato vari musicisti della scena russa e in Russia è stata registrata una parte degli strumenti, ma la maggioranza dei testi – decisamente impegnativi nei contenuti – sono opera dello stesso Bonandini.

L’opener, “Where Beauty Sleeps”, introduce subito nel pacato e accorato contesto cui abbiamo accennato, delineato principalmente dalla chitarra acustica ma arricchito da insolite variazioni, come il corno di Maxim Krasnov. Nella bellissima “Remember” l’arrangiamento diviene più composito grazie ai raffinati archi, la cui l’eleganza ben si abbina alla delicata lirica, una poesia di Christina Rossetti, sorella di Dante Gabriel, mentre “Cry”, con languide note di pianoforte, apre uno scenario meditativo ove il canto scivola verso lo spoken word; in “Morning”, in cui si mette in musica un testo di Emily Dickinson,  ritroviamo Aima Lichtblau con un pregevole contributo vocale. Poi,  la tristissima chitarra di “What Would I Give” accompagna un’altra lirica di Christina Rossetti e la strumentale, brevissima “Summoning of the Stars” offre uno momento di intensa spiritualità esaltata da un flauto soave; la title track, uno dei brani dalla struttura più complessa grazie anche alla presenza di vari strumenti classici, ha un mood davvero desolato. Troviamo quindi la struggente “Eldorado”, una sorta di ballata le cui parole appartengono a E.A.Poe  e, poco più avanti, un altro pezzo di grandissima suggestione, “The God of Serpents”, in cui chitarra, tastiera e il canto dai toni gravi si uniscono in un’armonia indefinibile. Vogliamo menzionare anche “Come the Wind” che colma i versi di Emily Brontë di una grazia un po’ ‘gotica’ mentre infine “Night Walker”, in poco più di un minuto, conclude con note toccanti e malinconiche un album che di certo resterà di nicchia ma riserverà emozioni intense a chi saprà scoprirlo.