Nell’ottica di recuperare quanto di positivo ci aveva offerto il 2020, perchè non finisca nel calderone insieme al Covid, vogliamo parlare di un lavoro uscito, appunto, l’anno scorso, che può regalare notevoli emozioni agli amanti del folk nordico e popolare. Si tratta dell’album Volch’ya Yagoda dei Theodor Bastard, un combo di San Pietroburgo in attività da diverso tempo, di cui non ci occupiamo più da Vetvi del 2015. Si dà il caso, però, che il nuovo disco dal titolo curioso – nome di certe bacche medicinali comunemente reperibili nei boschi, hanno dichiarato gli interessati – abbia rivelato una musica ricca di una fascinazione misteriosa, in grado di trasportare l’ascoltatore in un altrove magicamente trascendente. Dotati di un eclettismo che li ha indotti, nel corso di una carriera ormai molto lunga, a sperimentare in campi vari, spesso anche distanti fra loro – sono specialisti, per esempio, nella composizione di colonne sonore per videogiochi! – i Theodor Bastard, incentrati sulle figure chiave di Fedor Svolotch e Yana Veva, con cui tuttavia abitualmente collaborano altri musicisti, si sono attestati oggi su una formula non solo interessante, ma anche seducente: vi prevalgono elementi etnici e folk di ispirazione nordica – spesso con l’uso di strumenti tradizionali o creati appositamente – ma opportunamente compaiono magistrali innesti elettronici, creando una singolare suggestione. Ogni nota, qui, racconta di un mondo poetico e arcano, intriso di una spiritualità originale e sorprendente: ce ne accorgiamo già dalla brevissima opener, “Flute Song”, ove, insieme al clima della foresta, il flauto ci rappresenta scenari cupi e selvaggi. Subito dopo, in “Shumi” troviamo un saggio delle doti canore di Yana Veva che, con accenti di indescrivibile armonia, trasmette pathos e malinconia al tempo stesso, mentre “Skejgored”, che risente delle atmosfere primitive e arcaiche della Carelia, storica regione a cavallo fra Finlandia e Russia, propone una melodia struggente e trasognata; “Urzala”, invece, con l’andamento cadenzato dal sapore tribale, evoca ancora visioni di nordiche foreste e cerimonie sciamaniche: del resto, come da loro stessi ammesso in un’intervista, con le pratiche sciamaniche l’opera dei Theodor Bastard ha un legame preciso. Troviamo quindi le note suadenti di “Les” e “Kamen, Sneg, Metal”, la prima con evidenti derive trip-hop, la seconda, cantata a due voci, intimista e toccante; “Secrety”, accattivante concessione al pop, mantiene il livello notevole di tutto il resto, benchè, onestamente, non possa reggere il confronto con i paesaggi ultraterreni e misticheggianti di capolavori come la seguente “Requiem”. In “Pozhato”, caratterizzata da un bellissimo gioco di voci, i canoni della tradizione nordica sono abbinati all’ispirazione trip-hop e a suoni tratti da fenomeni naturali, con un risultato davvero felice, mentre “Volchok” vede brillare Yana Veva nella suggestiva esecuzione di una ninna nanna russa. Infine, ancora visioni oniriche e incantate in “Obereg”; “Fjorn Gaden”, il cui testo deriva dall’Edda di Snorri Sturluson, conclude con sonorità ariose e anticheggianti e mirabile coralità un album che definire coinvolgente e affascinante è dir poco.