Dodici albi di studio e cinque lustri di attività. Dichiarati dispersi (?) gli immensi Threshold, è Tom S. Englund da Gothenburg, Svezia, ad assumersi la pesante responsabilità, ovvero dare continuità a quella che è l’ala più oscura del progressive-metal. Quella più introversa, incline più alla riflessione che allo sfoggio assurdo di bravura. 

Reduci da un trittico di dischi impressionante in quanto a consistenza e valore, danno alle stampe l’ennesimo capitolo di una discografia che ad oggi non ha conosciuto l’onta della caduta. Qualche inevitabile appannamento, nulla di più. Escape of the Phoenix è solido, a tratti iroso (“Dandelion Cipher”), ma la foga è sempre controllata, dosata. Indiscutibile la coesione di un collettivo consolidato, ove ognuno interpreta il proprio ruolo, attribuendo giustamente ad Englund quello del leader. Gli Evergrey ci consegnano undici canzoni di gran valore, un continuum che va dall’opener “Forever outsider” (una dichiarazione urlata con veemenza e con orgoglio) alla conclusiva ”Run”, attraversando la notte che pare non voler più cedere il passo alla luce. ”Absence of sun”, “Eternal nocturnal”, “You from you” sono più che semplici titoli: essi sanciscono, assieme agli altri che li precedono o li seguono, la grandezza degli Evergrey.