Un nuovo disco solista di Martin Gore è una buona notizia, visto che da Spirit, l’ultimo album dei Depeche Mode, sono passati già oltre tre anni e noi fan irriducibili della splendida band saremmo ormai prossimi alle crisi di astinenza. In verità The Third Chimpanzee – questo il titolo del lavoro di Gore – è un Ep con cinque brani strumentali che segue la scia di MG del 2015: stiamo infatti parlando di un ‘mago del synth’ e musica elettronica è ciò che il nostro ci propone, musica di altissimo livello, senza dubbio, ma di un genere un po’ diverso da quello di cui i DM hanno decretato la grandezza. Il sound di questi brani rivela comunque un’impronta più che riconoscibile, che caratterizza la produzione della band ormai da anni: difficile darne una definizione tecnica precisa ma quando si dice ‘inconfondibile’, ogni fan di vecchia data dei DM sa a che cosa ci si riferisca. Al di là delle considerazioni sul piano della musica, The Third Chimpanzee ci fornisce anche inedite informazioni circa la vastità degli interessi di Gore: a quanto si è saputo, questo titolo si ispirerebbe all’opera che lo studioso americano Jared Diamond ha dedicato all’evoluzione dell’umanità a partire dalle sue origini animali e il disco rappresenta quindi un vero e proprio concept, dal momento che ogni traccia porta il nome di un tipo di scimmia. La connessione con il mondo animale si rispecchia forse nella presenza frequente di suoni marcatamente austeri e scanditi da tese ritmiche tribali, intervallati qua e là da momenti di una certa solennità. Per scendere nei dettagli: l’opener “Howler” esordisce con un’attitudine fra il metallico e lo ‘scimmiesco’ eppure, in un modo che non sarebbe semplice da imitare, dopo alcuni minuti lascia emergere una melodia inattesa che allude a uno scenario di concentrata armonia. Nella seguente “Mandrill” la visione diviene più cupa e i colori quasi ‘industriali’, mentre “Capuchin” utilizza linee ‘sintetiche’ severe e tiratissime. Ma è “Vervet” il brano da tutti ritenuto più bello e complesso del lotto: otto minuti e passa che paiono, per così dire, un documentario sull’elettronica tale è la varietà di suoni e immagini che qui viene concepita senza che, durante l’ascolto, la parola noioso venga mai in mente. Infine, con la ripresa della melodia dell’inizio in chiave anche più suggestiva, “Howler’a End” conclude un lavoro da apprezzare incondizionatamente e che dimostra tutta la classe che potevamo aspettarci.