Duo di Liverpool attivo da non molto, i Nul Telexes hanno pubblicato quest’anno il debut album Menhir, sotto l’egida della SwissDarkNights. Se, da un lato, un disco di darkwave non è, di questi tempi, un evento miracoloso, c’è però da dire che non è più così facile trovare un lavoro del genere che valga effettivamente la pena segnalare. Ma questo è il caso di Menhir, la prova tangibile di come, oggigiorno, sia ancora possibile produrre musica darkwave di valore, ovvero note sulle quali poter indugiare un po’ con nostalgia e un po’ con compiacimento: è la nostra musica, quella in cui ci siamo riconosciuti tanti anni fa ed è parte di noi. Lo stile dei Nul Telexes – inutile sottolinearlo – non è inedito e gli ingredienti li conosciamo: l’atmosfera è pervasa di malinconia, visioni ove si addensano le ombre del nostro malessere si susseguono senza soluzione di continuità, la ritmica nervosa, le fredde sonorità ‘sintetiche’ esprimono oscurità e tensione al tempo stesso. L’opener “A View from the Scene” apre con emozionanti note elettroniche che definiscono un fosco paesaggio lunare, sul quale la voce di Philip Rourke, intensa e carismatica, emerge magicamente. L’incanto dura meno di due minuti e irrompe “Fiction” ove, fra i gelidi ricami del synth, la parte vocale induce languore autentico, mentre “A Play”, la traccia più orecchiabile e adatta al dancefloor, ostenta belle e accattivanti note di chitarra su una trama ‘sintetica’ di carattere; la title track esordisce in un contesto vibrante in cui si riversano malinconie delicate e il tormentato pathos del canto: Ian Curtis guarda dall’alto. Poi “Streetlights” offre un momento più meditativo e pacato e, fra le ombre, si intravedono i lampioni accesi di un viale di periferia e “Dialectic”, forse il brano più composito, inizia in un clima cupissimo che la melodia ‘sintetica’ ravviva, immettendovi intensità e suggestioni. Infine, bypassata la ritmica rimbombante, abbinata ai ‘ronzii’ del synth e a liquidi giri di chitarra, in “Collapsing Spaces”, troviamo “Frame by Frame”, che chiude con chitarre ‘echeggianti’ e l’efficace duettare alla voce con l’ospite Kim Bell di Broken Nails un disco di pregio, mix ideale di nostalgia e modernità.