Jérôme Reuter sembra costantemente ispirato dal sacro fuoco dell’ispirazione. A distanza di 5 mesi dal precedente, ottimo, The Lune Furrow, ecco che il nostro torna con un nuovo album intitolato Parlez-Vous Hate?. Rispetto a al lavoro precedente l’atmosfera generale è però meno cupa e seriosa anche se questo non significa che la maggior leggerezza sia sinonimo di superficialità. Si può fare un parallelismo, con le dovute differenze, con The Dublin Session che seguì lo splendido Le Ceneri di Heliodoro. Si nota perciò una propensione ad una comunicazione più diretta e senza fronzoli con una serie di anthem dallo spirito punk. Rome continua in ogni caso imperterrito a criticare l’ipocrisia dell’attuale società occidentale. Qualcuno lo ritiene come l’ultimo alfiere del neo-folk, definizione con cui non sono completamente d’accordo considerando come il suo approccio sia quantomai variegato spaziando dall’intimismo cantautorale, alla new wave, al martial-industrial e ora, in questo lavoro, anche al folk-rock e al pop. La title-track è un anthem elettrico mentre “Born In The E.U” fa il verso ironicamente a “Born In The U.S.A.” di Springsteen ma è anche un omaggio alle proprie radici europee (ma certo Reuter non è un sostenitore dell’europeismo tanto in voga attualmente). Il brano è però francamente debole dal punto di vista musicale. “Death From Above” è un altro brano estremamente semplice nella sua struttura folk-rock mentre “Panzerscholade” è invece, al contrario, una traccia oscura, martial-industrial e sperimentale che stride con il “mood” generale del disco, accompagnato anche da un video inquietante e psichedelico (la Panzerscholade era un’anfetamina usata dai soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale) . “Der Adler Trägt Kein Lied” è uno dei momenti più toccanti di “Parlez-Vous Hates?” con il suo tipico tocco folk intimista alla Leonard Cohen così come la successiva e splendida “Toll In The Great Death”. In “Feral Agents” ritroviamo una certa aurea mitteleuropea e marziale. Gli altri brani non si discostano molto dallo spirito “combat rock” di questo disco fra cui ricordiamo la toccante “Alesia”. La chiusura è affidata a “Fort Nera, Eumesiville”, una traccia dark-ambient che cita, non a caso, un romanzo del grande Ernst Junger. In definitiva Rome fa ancora centro anche se manca l’intensità di dischi come Le Ceneri di Heliodoro e The Lone Furrow e per il mio gusto ci sono troppi episodi leggeri. La sua grande prolificità lo porta però a pubblicare prodotti sempre dignitosi e mai fini a se stessi anche se preferisco il suo lato più oscuro.