A tutti gli effetti possiamo considerare Jewels of misery il debutto vero e proprio dei My Mannequin, essendo trascorso un lustro dalla pubblicazione dell’allora acerbo ma già interessante mini “As daylight deceives”. Il presente mostra i segni di una evoluzione ancora in corso, ma non si può avanzare eccessive pretese nei confronti di chi non può permettersi di collocare la musica fra le sue occupazioni principali. 

Jewels of misery consta di nove canzoni più intro, poggianti sulla voce stentorea di J. V. Metterling (che non è un esordiente, essendo egli titolare del ruolo già sul citato “As daylight…” ed avendo militato nei Der Himmel allora ancora – Über Berlin), elegante autore di una prova eccellente che caratterizza ogni singolo episodio,  e su chitarre che sono appannaggio di elementi esterni al complesso (Luigi Pressacco dei SilentLie e Luca Pipolo); a proposito del ruolo giuocato da queste, il quartetto pare contenerne a stento l’esuberanza. Elementi che chiaramente incidono sulla resa finale di un disco che non si colloca nell’alveo di un “genere” definito. Benedizione o sciagura a seconda di chi a Jewels of misery s’approccia, ma viviamo in un’epoca di polverizzazione del mercato discografico e di estrema fluidità di fruizione ed assimilazione, il rischio si può affrontare senza andare incontro a rovesci certi.  

In somma, cosa attenderci da Jewels of misery? Esso si concretizza in una collezione di canzoni piacevoli ed armonicamente ben articolate, prese letteralmente per mano dalla voce, impostata su una teatralità niente affatto artefatta, e dalla chitarra; l’ingresso della seconda sposta l’asse del disco, ponendo maggiore enfasi su una componente metallica che pur non dichiarata è presente. “Dreadful/Beautiful” (della quale è stato girato un video, in collaborazione con la Mold Records, che sarà reso disponibile a breve),  è dimostrazione esemplare di due anime che paiono scivolare l’una contro l’altra, trovando però infine un soddisfacente equilibrio. Il basso di Michele Gorini e la batteria di Gian Battista Ossi non si limitano a svolgere il loro compito ritmico, sopra tutto il primo mostra di possedere un’impostazione chiaramente goth. Dalle tastiere operate da Nora Biondi, pur sempre presenti, si può pretendere una maggiore intraprendenza; in “Lady Harm-ony” è episodio ove si guadagnano meritatamente spazi importanti. Avvalersi di un produttore esterno (ma esistono ancora?) avrebbe portato giovamento sopra tutto in sede di bilanciamento dei suoni, essendo sopra tutto la batteria a mio parere meritevole di maggiore valorizzazione. La canzone citata costituisce con “One last kiss” il cuore dell’opera, con la goticheggiante (questa sì) “Cyanide butterfly” (titolo meraviglioso) che non è da meno. L’atmosfera che Jewels of misery evoca ben si sposa al concetto lirico che il gruppo ha inteso far proprio fin dalla genesi, la finale “Heart-shaped coffin” (che termina ove l’introduzione “The best show ever seen” dava inizio al disco) mostra il fianco alla melancolia e poggia su un interessante sviluppo narrativo (e proprio per questo meriterebbe un suono più curato); a mio avviso questo è lo spirito genuinamente oscuro al quale i My Mannequin ambiscono.  

Come affermavo, Jewels of misery fornisce indizi senza collocarsi in un ambito definito. Poggia su ottime idee, su un’esecuzione precisa, può ambire ad una platea potenzialmente ampia. Au contraire s’assume l’azzardo di scivolare nell’indistinta indifferenza, essendo il pubblico di oggi distratto da una quantità di pubblicazioni impressionante (ed ingiustificata), e sarebbe un delitto, sopra tutto nei confronti degli Autori e dell’impegno vivo che in esso hanno profuso. Forse il voler schierarsi nel campo del gothic-rock potrebbe suscitare aspettative che, per molti, verrebbero disattese, essendo i canoni del genere rigorosamente definiti ed ultimamente riaffermati da October Burns Black, Burning Gates, Sweet Ermengarde (sì, siamo dei reazionari, che ci volete fare), autentici ed inamovibili veterani… I My Mannequin non cedono alla magniloquenza ostentata, semmai riprendono con passione e spirito il canovaccio dei Moonspell, aggiungendovi l’approccio malizioso dei Birthday Massacre e prediligendo una narrazione più ombrosa, ritrosa ma non misantropica.  

Lodevole pubblicare un disco, auspicabilmente ma non necessariamente anche in formato fisico, ne guadagnerebbe certamente l’irrinunziabile corredo visivo, curatissimo; a quale destino poi si va incontro (limitarsi al plauso della cerchia di amici quanto può valere, se non in termini d’affetto?) dipende da troppi fattori estranei alla volontà. In ogni caso una sfida. Ascoltatelo senza pregiudizi. 

Nora Biondi – tastiere

Michele Gorini – basso

Gian Battista Ossi – batteria

J.V. Metterling – voce

Luigi Pressacco/Luca Pipolo – chitarre (ospiti)

Foto di copertina: John Santerineross

Mastering e mixing: Lorenzo Ciuciat