Sono al secondo album i Beckahesten, interessante progetto svedese che ci propone una nuova, emozionante versione – ampiamente oscura e angosciosa – del folk nordico, intriso di influenze ambient. Peo Bengtsson, Per Åhlund e Viktoria Rolandsdotter hanno scelto come monicker il nome di un’entità della mitologia scandinava, il bækhest o ‘cavallo del ruscello’, e la loro formula espressiva è strettamente connessa con la cultura originaria di quei paesi: musica legata a una natura cupa e misteriosa, a volte minacciosa e a volte rasserenante ma sempre ricca di arcani echi. I nove brani di Tydor sono dunque variegati e rifuggono dalle classificazioni: tutti, però, appaiono intensi e significativi. L’opener “Bruddansen”, per esempio, apre con sonorità elettroniche di grande atmosfera ove non mancano inquietanti sussurri, prima che la bella voce di Rolandsdotter si levi pura, reclamando ogni attenzione, e si aggiunga una ritmica cadenzata assai incisiva. Anche la seguente “Skogen” deve molto al canto della vocalist, che mostra una gamma e varietà di toni di notevole efficacia, soffermandosi su tutti i colori della malinconia e dell’introspezione, mentre “Bergatagen” sperimenta ulteriori modalità, avvicinandosi agli scenari dark folk di Heilung e Wardruna, per arricchirli di cupissime sonorità ambient e alternarli con rumorismi inediti, scandagliando i diversi gradi di un’oscurità abitata da inimmaginabili spiriti. Poi, in “Dimman” l’atmosfera diviene quasi allucinante: suoni naturali non chiaramente identificabili, abbinati a rumori e percussioni marziali, un voce che, in un certo qual modo, sembra adombrare una chiamata alle armi ma penetra in profondità, in pratica gli ingredienti per un brano pregevole; in “Uven” l’elemento marziale si accentua sostenuto da un’inquietante ritmica tribale. Troviamo, quindi, “Hednavåsen” che, con il contributo di Kai Uwe Faust degli Heilung, apre a visioni di rituali arcaici dal sapore demoniaco, mentre “Maran” ci porta direttamente a un incubo, alla fine ‘redento’ soltanto dalle struggenti tonalità di Viktoria Rolandsdotter; in chiusura, l’ambient ‘industriale’ di “Dunkel”, in cui si perdono poche, criptiche parole, e l’evocativo contesto di “Siaren”, rafforzato dal canto ripetitivo, concludono un disco di valore che gli amanti del nord più misterioso non potranno non apprezzare.