Anche per i Candlemass è tempo di pubblicare il live “da lockdown”, rendendo disponibile un’esibizione tenutasi nel luglio dello scorso anno. 

Istituzione del doom europeo, gli svedesi furono (e lo sono tutt’ora) fautori di un suono distinguibile intriso d’una epica corrusca che inglobava l’asprezza della NWoBHM, traducendola in trame elaborate evocanti un immane senso di desolazione. Una fierezza manifesta, quella del guerriero che si inginocchia sul campo di battaglia, nel fango intriso del sangue dei suoi compagni caduti, pregando per le anime di questi, dolendosi d’essere l’unico sopravvissuto. Il doom grandioso del Nord, diverso, ma non nell’intenzione, da quello americano. Sull’altra sponda dell’Atlantico trovarono infatti quelli che forse sono i loro più degni sodali, i Solitude Aeturnus con i quali condivisero per un breve tratto la formidabile voce di Robert Lowe. 

Sì, i cantanti, la maledizione del doom, che non risparmiò nemmeno il complesso di Leif Edling, il custode del verbo. Colui che ha saputo sempre rialzarsi, sfidando anche i tormenti di una salute instabile.  Lui, Bjorkman, Lindh e Johansson, quattro quinti della line-up di “Ancient dreams”. E Johan Lanquist, che su “Epicus doomicus metallicus” si limitò ad apparire senza mai entrare a far parte della formazione, titolare da “The door to doom” e costretto all’infinito, impossibile confronto con Marcolin. Destino comune a quello di Vikstrom, e di tutti coloro che si assunsero l’onere del ruolo, pure vantando carriere onorevolissime (il dotato Levén, il citato Lowe, Tony Martin che fece fugace apparizione nel 2004).  

Una collezione di tracce che è lecito definire inossidabili, scolpite nel marmo che enumera le glorie del doom. Canzoni come “Well of souls”, “Dark are the veils of death”, “Mirror mirror”, ma che senso ha citarle tutte? Esse rappresentano, esso sono i Candlemass. Anche la più recente “Astorolus” (dal citato “The door to doom”) assume un valore, un tratto distintivo, uno stile intatto, il ponte gettato su un futuro da scrivere ancora. Quella ove Lanquist, peraltro autore di una prova (al netto di qualche inevitabile incertezza palesata affrontando certi classici, Marcolin non era “solo” il cantante dei Candlemass…) personale ed autorevole, mostra di trovare maggior agio. Eppoi “Solitude”, cupa marcia crepuscolare adombrata di cupi presagi. Loro ed i Trouble, costernati cantori della fine incombente d’una umanità perduta. “Solitude” come “One road to Asa Bay”al suo apaprente opposto: l’essenza istessa del metal nordico. Il Fato, unico ed ineludibile, pagano o cristiano che sia.  

Green valley fa il suo ingresso a pieno diritto nella discografia dei Candlemass. Nemmeno la scelta della track-list deve essere stata esente da incertezze, giocoforza abbandonare per una volta brani che fanno parte della ormai quasi quarantennale storia del gruppo.  

Essi sono i Candlemass.  Essi sono il doom.   

Please let me die in solitude.