Sempre Aesthetic Death, marchio di garanzia che certifica il doom più sepolcrale ed oltranzista. Sponda death nel caso dei Suffer Yourself, approdati con Rip tide al terzo full-length. Tre sono anche le tracce che ne costituiscono il contenuto, nero pece, fatto di un suono che s’inabissa letteralmente in profondità oceaniche sconosciute ed umanamente inesplorabili. “Spit in the chasm” apre la celebrazione, una dimostrazione di ortodossia che non mostra segno alcuno di cedimento nel corso dei venti uno minuti circa di durata. Il collettivo ucraino/svedese (due membri a testa, ma non possiedo elementi certi che mi consentano di confermare la line-up) traduce disperazione e disillusione in una cascata di note dolenti, un flusso uniforme generato dalle chitarre di Govorukha ed Abrahamsson e rinforzato dalla sezione ritmica guidata da Kateryna Osmuk alla batteria e da Johan Selleskog al basso, sovrastato dalla voce catacombale del citato Govorukha. Old-school death/doom che non si discosta dai precetti enunziati dai Peaceville-three, reso ancor più pesante, plumbeo dal quartetto. Geniale nel titolo ed assai interessante nella trama è “Désir de trépas maritime (Au bord de la mer je veux mourir)”, ove i SY ricercano evidentemente soluzioni alternative; non osano però, preferendo evidentemente il ricalco di una formula mandata a memoria. Il recitato in francese comunque accresce il senso di tormento interiore che adombra la canzone (che non supera i nove minuti). La breve strumentale (paiono rumori captati da un sottomarino alla fonda) “Ugasanie/Submerging” fa calare il sipario su Rip tide, consegnando agli appassionati del genere (gli altri si astengano) un disco che soddisferà le loro attese.

Disponibile in vinile.