E’ uscito all’inizio di quest’anno, come a ‘coronare’ il nerissimo periodo che l’ha preceduto, l’album del nuovo progetto Kurs, intitolato Muter. Dietro il monicker dal suono teutonico si cela l’italianissimo Valerio Riveccio, una delle anime dell’apprezzata band darkwave The Coventry che non abbiamo mancato di elogiare su queste pagine fin dal primo disco The Art of Survival. Tuttavia l’ispirazione alla base di Muter non potrebbe essere più lontana dalle sonorità fredde e improntate alla malinconia caratteristiche dei The Coventry: Rivieccio pare aver fatto qui un pieno di aggressività tecnologica, avventurandosi con disinvoltura in ambito ‘elettro-industriale’ e i risultati sono sorprendentemente positivi. Ispirato ad una graphic novel cyberpunk redatta da Valerio Lovecchio, patron dell’etichetta SwissDarkNights, che, ovviamente, si è incaricato dei testi, Kurs contiene tredici brani tutti nello stile che abbiamo descritto e dai contenuti molto inquietanti e rappresenta un’incursione davvero interessante in un genere che, notoriamente, non vanta una tradizione radicata dalle nostre parti. Si comincia con una breve “Intro”, meno di due minuti di elettronica ‘industriale’ velenosa e arrabbiata, perfetta per ritrarre la fosca visione di un mondo oscuro quanto futuribile. Vi si ‘innesta’, quindi, “Mirrorshades”, nella quale l’adrenalina aumenta a dismisura e, anzi, sembra scatenare l’inferno, mentre la grezza vocalità di Rivieccio quasi sconcerta; “Shatter”, subito dopo, resta sulla stessa linea seppur delineando un andamento più ‘composto’ e la title track opta per una formula electro più classica e per uno scenario da fantascienza, ove l’intelligenza artificiale si esprime con la voce di Kim Bell. Poi, bypassato il distaccato, ‘ferroso’ intervallo di “Reporter”, “Two Worlds After” non ci nega ulteriori sinistri paesaggi ‘industriali” che si dilatano nella seguente “Connection”, spettrale intermezzo di pochi secondi. Un po’ più avanti, in “Wayout”, forse meno caotica ma ‘grondante’ cattiveria, Rivieccio ci offre le sue tonalità abrasive per un’evoluzione senza riposo, come si può notare anche nelle tracce successive. Infine, “Selfreco” chiude all’insegna della ‘violenza’ metropolitana un lavoro valido, che non sfigura assolutamente nel catalogo, già assai variegato, della SwissDarkNights.