“Molti presero il volo. Altri si illusero, per poi mestamente fare ritorno alla provincia paranoica”. 

Così Giorgio Cantoni, protagonista e testimone dei fatti, il cui nome incontrerete spesso leggendo i crediti afferenti alle singole tracce contenute nel ponderoso volume oggetto di questo mio scritto, storico collaboratore (tutt’ora operativo, e stavolta “storico conduttore” non è attestato di comodo, egli lo è di fatto e di merito) di Radio Onde Furlane (quarant’anni di resistenza nell’etere appestato dai gas del conformismo, un miracolo), chiosa l’introduzione a 391 dedicato, al numero tondo di dieci, al Friuli – Venezia Giulia (per i precisini e gli suscettibili, il trattino lo riporto per fedeltà al titolo, nessun intento polemico/divisorio). Come nelle migliori storie, c’è chi ottiene gloria e chi si ferma prima, ed è sempre la maggior parte del plotone. 

391, questo ed i volumi che lo hanno preceduto e che lo seguiranno, è opera che non può né deve venir ridotta a coronamento delle chimere di due ex-adolescenti ora cresciuti, che a distanza di cinque lustri circa decidono che è tempo di ultimare il lavoro. La mole di atti, informazioni, notizie, immagini è imponente, da lasciar affascinati ed anche frastornati. Perché lo fanno, mica sono più degli “adolescenti inquieti”? Si corre il rischio di amplificare troppo, di magnificarne ovvero di sottovalutarne la portata. In fondo dirà qualcuno che si tratta “solo di musica”. Già, “solo di musica”. E di che musica, caotica, fracassona, sghemba, deviata, fermento di liriche irriverenti, taglienti, oltraggiose. Giovani arrabbiati, passerà tutto, dicono ogni volta. Ed è vero. La vita omologa, le ambizioni e la rabbia assopiscono, si spengono come il fuoco che non trova più alimento.  

Ora tutto è finito, non solo in FVG. Lo sappiamo. Erano altri tempi e non rimestiamoci troppo sopra, che la nostalgia non sempre fa bene, ed il rimpianto uccide, si rischia di far affiorare in superfice relitti dimenticati e ricavarci su epiche inopportune. La polvere si accumula sulle lastre dei ricordi, tutto appare sfocato, dai contorni indefiniti. Però è giusto, sacrosanto oserei non disperdere le ceneri e le ossa, semmai conservarle nell’urna per prelevarne i frammenti quando il caso si para davanti, e si deve reagire.  

Un suicidio commerciale, ecco cosa sarebbe 391, cosa è 391, perché lo sforzo non verrà ripagato dal risultato materiale. Ma a questo non si mira, che ben altro è l’obiettivo, qui conseguito in toto. Da questa/queste esperienza/e si può trarre più di una lezione. La prima: credere in sé stessi ed in ciò che si fa. Non omologarsi, non piegarsi. Una scena come quella udinese (di Pordenone si sa già tutto o quasi) con la sua peculiare visione antimilitarista e genuinamente anarchica non può venir ridotta ad espressione di una contingenza. Il Friuli punteggiato, come la pelle dalle pustole del vaiolo, di caserme, polveriere, bunker, offrì un naturale terreno di coltura per lo sviluppo di un moto di opposizione, di rifiuto, un laboratorio ideale per un manipolo di giovani che non si tirarono indietro. Quello che Cantoni sunteggia è minima parte del suo bagaglio di esperienze. I fatti/eventi che descrive li ha vissuti e le sue parole appassionano, coinvolgono, non solo uno di poco più giovane che per ragioni anagrafiche giunse quando tutto stava già per avvizzire. 

Operazione di meticolosa ricerca, musicale ed iconografica, dettagliatissima in ogni particolare. Autori, titoli, formazioni, area di provenienza, anno di pubblicazione, essenziali ed esaustive note biografiche. A tutti il loro spazio. Trentanove tracce tratte dal cono d’ombra ove il Tempo le aveva relegate, magnifica espressione di un’epoca che merita uno spiraglio di luce, d’interesse che poi qualcuno potrà allargare, approfondire, prendendo il badile e scavando nel fango intriso del “brodo sub-culturale della provincia” (ancora Cantoni). Affidandosi a testimoni certi e testati, come quelli ai quali si sono rivolti i due compilatori. 

Ritorno sui miei passi: uno splendido suicidio commerciale. Proprio per questo, proprio per la sproporzione evidente (temo…) fra sforzi infusi e risultato finale (leggasi l’attenzione di un pubblico tutto da identificare), Gianlorenzo Giovannozzi e Pierpaolo De Iulis e chi li ha seguiti in questa impresa “insensata” (per prima la Spittle Records) vanno ringraziati, onorati, e non scherzo, non so letteralmente come e che Cristo altro scrivere.  

Visi imberbi e espressioni corrucciate, corpi ancora nella fase dello sviluppo fasciati in mise assemblate con i pochi mezzi a disposizione ma tanta volontà ed inventiva, pose che, con l’occhio di chi non ha vissuto quegli anni (eh, dovrei scrivere “quei magnifici anni” e giù di amarcord…), appaiono per lo meno ingenue, ma le idee, quante idee quelle sì magnifiche che innervavano queste cantiche disperatamente, romanticamente tese ad una propria vitalità ed originalità che va riconosciuta. Trasferte laboriose, pochi quattrini, collaborazioni e solidarietà, amare sorprese e disillusioni. Concerti improvvisati in spazi rubati a sagre di paese, sotto il cavalcavia di un’autostrada, in locali improbabili, ma anche manifestazioni che sono cresciute partendo da un campo ed una tenda, si sono sviluppate raggiungendo una meritata visibilità. Tanti fallimenti, tanti finali ingloriosi, ma non importa, un movimento originale, creativo, attento che ha rilasciato delle spore che l’aria ha trascinato via, ma che da qualche parte hanno attecchito.  

Trentanove tracce in ordine rigorosamente cronologico, l’unico ammesso. Fanzine e volantini. Dieci anni, 1980/1989. Irriverenti, caotici, brillanti, teneri, insopportabili (perché qualcuno magari ti stava sulle palle). Momenti fugaci di gloria ed il fuoco che si spegne. Ma resta le cinise, e da lì, poi può svilupparsi ancora chissà cosa… 

Nell’angolo in alto a destra dell’Italia (così collocai il mio, sì IL MIO Friuli quando un americano mi chiese di dove venivamo, io e la mia famiglia, eravamo forse in Tennessee…, mah, poteva essere anche la campagna intorno a Mortegliano, che il mondo è tutto uguale), qualcosa si mise in movimento, negli anni Ottanta. Una irripetibile, straordinaria contingenza che unì animi diversi come estrazione e come provenienza (fu tutta la regione a muoversi, come testimoniano i complessi presenti), e che ogni uno, protagonista o spettatore che sia, può rievocare a modo suo. Il risultato sarà il medesimo.  

Più aggiungevo parole, frasi, con sempre in sottofondo 391 (ad un volume che non “giustifica” il termine, ma siamo giovani ribelli, no?, chi s’arrabbia adesso non è la mamma semmai la moglie), più mi appassionavo, m’infervoravo. Mi sono commosso, ed allora la forma è venuta meno, ma perdonatemi, noi Friulani mica siamo intagliati nella pietra e nel legno, un cuore ed un’anima ce l’abbiamo anche noi. Nostalgia? Forse, anche, ma non solo. L’emozione che condividi con due coetanei nati a centinaia di chilometri di distanza, che non hai mai conosciuto e che magari mai conoscerai, ma che con i quali senti di aver spartito qualcosa. La passione. Magnifico sentimento. E ti senti in dovere di ringraziarli, loro e tutti quanti sono stati coinvolti.  

PS: a parte Cantoni, e Giovannozzi e De Iulis ovviamente, non ho voluto riportare altri nomi. Nemmeno quelli dei gruppi ed i titoli delle canzoni. Fu un movimento frammentato, spontaneo, unico, dalle caratteristiche comuni ad altri che percorsero l’Italia ma dai tratti identificabili. Tutti uguali, nella sostanza, nessuno diverso. E mi sono rigorosamente astenuto dallo stilare giudizi riguardo tecnica, esecuzione, resa sonora. Non ne sono degno. I trentanove brani di 391 FVG vanno presi così, stesso dicasi per i loro Autori. Nessun senso di inferiorità, nessun rimpianto, quelli mai. Forse un qualche senso di rimorso, si poteva fare meglio? Si poteva fare di più? Quello che è fatto è fatto. Ma non è archiviato per sempre nei depositi sotterranei di qualche oscura agenzia collegata al Ministero della Sicurezza, basta voler accedervi, come hanno fatto Giovannozzi e De Iulis. Spetta al lettore/ascoltatore (perché 391 va anche letto) fare il resto. Completare il lavoro. Aggiungervi il proprio vissuto. E’ così, prendere e basta (come i calci, gli spintoni e gli sputi, o sì, quelli tanti).