Opera matura ed assai profonda, frutto dell’esperienza artistica stratificata e consolidata in anni di approccio personale alla composizione ed all’esecuzione. Fin dal titolo, Proserpine dichiara contenuti che rifuggono la leggerezza, assumendosi il rischio d’essere relegato a lavoro di nicchia destinato a pochi curiosi. Perché, inutile negarlo, viviamo tempi ove conta più l’esposizione superficiale dell’effettivo portato artistico. 

 

La voce è la reale protagonista di queste tredici tracce: indaga con delicatezza i fondi dell’animo, ove si sedimenta il sentire più viscerale, un abisso che a volte esplorare costa dolore, scoperchiare urne ove sono custoditi ricordi che non è semplice ri-evocare, costringendoci questi al confronto con passati sepolti. La voce, appunto, magnifica, ora sussurra, ora si leva perentoria, a tratti lasciando trasparire disperazione mista a rabbia (sempre contenute, sempre controllate) affiancata da suoni scarni, essenziali. Una trama denudata, come la nostra coscienza di fronte alla solitudine. 

 

L’estrapolazione di due singoli, “Anemones” e “Pagan”, non deve fuorviare, Proserpine è opera totale, uno scorrere unico di acque scure che nascondono un fondo ancor più cupo. Ma Sara Baggini, in possesso di una tecnica evoluta, facendosi opportunamente accompagnare da un insieme attento ad assecondare il suo estro non limitando il suo ruolo a semplice riempimento di spazi, si mostra attenta a non scivolare nella tetraggine solo per posa. Ascoltandola, recependo le sue sollecitazioni, dedicandole attenzione si percepirà chiaro il fine di Proserpine; l’intrattenimento puro cercatelo altrove.