Quando sei uno dei membri fondatori degli Amorphis, se decidi di compiere il passo che porta alla realizzazione del tuo primo disco solista, inevitabilmente devi tener conto che dovrai confrontarti con il tuo passato. Lo faranno gli altri per te. Faccenda complicata. 

Cos’è Silver Lake? E’ lo sfogo di un artista che finalmente può comporre/eseguire quello che meglio crede, quello che gli piace, recidendo le pastoie che lo legano alla casa madre. Lo hanno fatto tanti colleghi, chi ci è riuscito, chi meno. Non inserisco Holopainen in nessuna delle due caselle. Il disco mi è piaciuto, non tutti i brani, la maggior parte sì. Nessuna attesa. L’ho ascoltato cercando di non pensarci su troppo, al nome iscritto sulla copertina. Anche se il lago, o meglio i laghi, nel passato di Esa e nel suo essere finlandese, un certo peso ce l’hanno.  

Ha scelto di farsi accompagnare da voci diverse, sette cantanti su nove tracce. Una è strumentale, l’introduttiva, a Jonas Renske sono state assegnate “Sentiment” che di fatto apre, essendo la seconda, ed “Apprentice” che chiude il cerchio, e l’anima dei Katatonia si palesa netta, ombreggiando con delicata melancolia due canti che rimandano alla ultima stagione degli svedesi, quella che stiamo vivendo. Vesa-Matti Loiri (noto in Patria, da noi praticamente sconosciuto) interpreta in madre lingua l’epica funerea di “Alkusointu”, ove la comparsa del sax accresce il senso di accorata desolazione tratteggiata da una chitarra che si muove con misura, sostenuta in alcune porzioni dalle tastiere, mentre “In her solitude” percossa dal growl di Tomi Joutsen rimanda all’epica nordica degli Amorphis, e non poteva essere altrimenti, “Promising sun” è tagliata su misura per la voce di Bjorn Strid, dinanzi a “Fading moon” doveroso genuflettersi: magnifica Anneke van Giersbergen, ma lo sappiamo. La parte strumentale non presenta elementi particolarmente brillanti, ma con una cantante così… “Storm” è interpretata da Hakan Hemlin (che sia parente di Ronny dei Tad Morose), una piacevole sorpresa, questa, inserendosi in un contesto di canzone piacevole, dall’andamento lineare e punteggiata dalla sei corde di Holopainen, fra impennate gloriose e parti più riflessive, poi “Ray of light”… Einar Solberg. Ovvio che la voce non può venir relegata a mero ruolo di comprimaria, Einar è un talento (la sua intiera famiglia è composta da fenomeni), e Holopainen saggiamente concede tutto lo spazio al suo illustre collega, confezionando un motivo genuinamente “progressivo”, intriso di umori cangianti, strumentalmente bilanciato nei suoi richiami a certo pop anni ottanta (non scandalizzatevi) ed una forma più sofisticata. Lo ho ascoltato più e più volte prima di convincermi, è una meraviglia che non va celata.  

Uscita estemporanea o prima di una carriera solista che potrà concretizzarsi in futuro, Amorphis permettendo? Non me ne curo. Silver Lake è un ottimo disco, ed un progetto interessante; l’autocompiacimento è ridotto al minimo richiesto da una iniziative del geneere, non apporta nulla di innovativo, è pure scontato in alcune scelte, ma se Holopainen si è deciso di dargli vita un motivo ci sarà.  

Limitiamoci ad ascoltare ed apprezzare la (tanta) buona musica che custodisce.