Ho un problema: quando mi metto in testa di finire una cosa, la porto a termine. E così è stato per questo romanzo postumo di Romero, I Morti Viventi, opera a cui il regista stava già lavorando da tempo. Manoscritto che la famiglia Romero, a causa della morte del cineasta, ha affidato a Daniel Kraus (coautore de La Forma dell’Acqua), affinché potesse vedere luce.

Il risultato purtroppo è il buio: un’oscurità tendente al vuoto, che si sviluppa irrimediabilmente dalla prima all’ultima parola del romanzo. Sono ben 660 le pagine che si trascinano stancamente, a livello di contenuto, al pari dei morti viventi in essa descritti. Anzi, ad essere sinceri peggio di questi ultimi.

Che l’argomento sia trito e ritrito è cosa risaputa, basti pensare alle vergognose “rianimazioni seriali” stile The Walking Dead che da anni ci fanno sanguinare gli occhi e imbarazzare l’intelletto. Ma non mi sarei mai aspettato un romanzo del 2020 così banale ed inutile. Si legge velocemente, questo sì, ma il problema è che non c’è nulla che valga la pena leggere. Non è nemmeno scritto bene. Intere situazioni non hanno né capo né coda, i personaggi sono inutili come le vicende che li vedono protagonisti. La lettura diventa un’agonia al termine della quale ci si domanda: “E quindi?”

Non mi era mai capitato di leggere nulla del genere. Sono sorpreso che una banalità come questa sia stata pubblicata. Non ha in realtà un pubblico. Non è adatta al neofito del tema “morti viventi”, sempre che ne esista uno, perché non è un’opera avvincente ed accattivante. Non è adatto agli appassionati perché ci si sente presi pesantemente in giro dopo le prime 100 pagine. Non è assolutamente per i cultori perché infanga quanto di buono fatto dal regista al cinema.

Vi faccio un esempio: come è possibile accettare che una storia, ambientata nella nostra epoca, con la nostra tecnologia, i social che vengono spesso menzionati, non conosca gli “zombi”? I personaggi passano intere pagine a chiedersi come si possano chiamare questi esseri che rinascono.

È tutto molto imbarazzante e, se all’inizio al libro un 6 glielo daresti pure, arrivi alla fine che un 3,5 su 10 non glielo leva nessuno.

Vanno premiati lo sforzo del lettore per arrivare alla fine, lo stoicismo di Kraus nel credere di riuscire a dare un senso a una storia che non lo ha, ed apprezzato il fatto che forse siamo al cospetto dell’unico libro sulla faccia della terra che non sia in grado di dare, anche male, un messaggio.

Lettura sconvolgente, nel senso più dispregiativo del termine. Da evitare come la peste.