E’ uscito quest’anno il secondo lavoro di una band divenuta in breve tempo famosa per aver ‘rinfrescato’, per non dire ‘rigenerato’ il postpunk restituendogli energia, convinzione e passione: Several Others ci fa infatti capire quanto i Whispering Sons siano cresciuti, abbiano acquistato sicurezza e – perché no? – un po’ di sfrontatezza, imponendo cupe sonorità, basso tormentato e canto impetuoso, a volte ‘corrosivo’, con la stessa freschezza di chi, oltre un ventennio fa, creò il genere che tuttora amiamo. I dieci brani dell’album, in realtà, raccolgono molte eredità, dai Sisters of Mercy a Nick Cave ma le stemperano in un malessere che è tutto moderno: non a caso, il materiale è stato elaborato nel periodo della pandemia e vorremmo pensare che la tensione che lo pervade sia generata da quegli stati d’animo che chiunque ha, suo malgrado, sperimentato, inclusi gli artisti. L’esordio è all’insegna dell’emozione con “Dead End”, in cui, oltre alla voce sorprendente di Fenne Kuppens, si fanno notare la chitarra affilata di Kobe Lijnen e il basso rimbombante di Tuur Vandeborne in un’armonia perfetta che conduce ad un entusiasmante finale. Subito dopo, l’irruenza di “Heat” ci riporta all’esaltazione dei vent’anni mentre in “(I Leave You) Wounded” prevale una formula fra l’electro e la darkwave che i nostri mostrano di saper padroneggiare decisamente bene; “Vision” ci regala un momento dark dal sapore ’80 ma di grandissima efficacia. Con la successiva “Screens” però troviamo uno dei pezzi più emozionanti del lotto: l’insolito abbinamento di una ritmica sferzante e un tetro pianoforte spalanca paesaggi tesi e inquietanti, splendidamente dominati dal pathos del canto; nella frenesia di “Flood” si incontrano, poi, oscurità e rabbia repressa per generare il mood più ‘ansiogeno’ che esista e “Surface” trasforma il tutto in pura cattiveria, all’insegna dei Sisters of Mercy. Quindi, “Aftertmath” ripropone scenari cupissimi delineati da tenebrose note di piano che, insieme alle tonalità profonde, quasi ’gutturali’ della voce, rendono l’attitudine vagamente funerea, per quanto l’effetto sia molto suggestivo, mentre “Satantango” è forse l’episodio più teso e il ritmo ossessivo risulta piuttosto ipnotico. Ma l’attacco dell’ultimo brano, “Surgery”, infine, procura una brusca, vitalissima ripresa, ‘fustigando’ letteralmente l’ascoltatore con una chitarra che definire tagliente è dire poco e concludendo con dirompente, diabolica energia un disco valido e pieno di stimoli.