“In antropologia, il concetto di mana identifica un potere impersonale sovrannaturale. Esso si manifesta attraverso gli uomini come potere o superiorità, a loro conferita dagli spiriti. Il suono è il gesto magico del musicista. Attraverso la scelta e lo sviluppo di un linguaggio, l’artista plasma il passo del suo ingresso in quel regno misterioso.”

Con queste parole viene presentato il nuovo, doppio album di Gianluca Becuzzi intitolato Mana, un artista che, col tempo, sta compiendo un percorso volto a codificare un linguaggio originale che, attraverso la sperimentazione e la musica di ricerca riesca a recuperare la dimensione del sacro e i suoi simboli. Filosoficamente ci trovo molte affinità con il concetto di “numinoso” (un neologismo, questo, coniato da Rudolf Otto) e con la teoria sulla decadenza ma non scomparsa del sacro di Eliade secondo cui al giorno d’oggi è possibile rinvenire solo “Il camuffamento del sacro nel profano”. In una società sempre più smarrita e priva di certezze come quella in cui viviamo si avverte la necessità, a livello inconscio, di uno spiritualismo che non si identifichi per forza con una religione particolare e mi sembra che Becuzzi si stia muovendo in questa direzione. Musicalmente l’artista compie un’operazione coraggiosa: l’impressione è che si stia avvicinando (almeno per quanto concerne la musica contenuta nel primo cd) alla musica di avanguardia storica e ad autori come Stockhausen e Ligeti senza dimenticare la lezione di gruppi di krautrock come i Cluster. Come da lui stesso dichiarato vuole sperimentare “due condizioni coesistenti dell’arte: la presenza e l’assenza”. L’ascolto, a un primo impatto, può risultare ostico inutile negarlo. Ma se ci si approccia con il giusto spirito non si potrà negare la bellezza di questa musica. Le ambientazioni sonore sono ora pacate (con sonorità prossime al ritual-ambient) e inquietanti ora concitate e deflagranti con i drones della chitarra suonata da Becuzzi in evidenza. Diverso il discorso per la musica contenuta nel secondo cd che contiene campionamenti dei canti dei monaci tibetani. Qui ci trovo delle affinità con la ricerca dei Phurpa, un gruppo di musica rituale i cui membri si sono dedicati, nel corso degli anni, all’esplorazione dei segreti occulti della religione tibetana Bön. Il risultato finale lascia l’ascoltatore con una sensazione di fascino e paura.

In definitiva siamo di fronte ad un’opera coraggiosa che conferma il talento di un artista quantomai eclettico. Disponibile su Bandcamp: https://gianlucabecuzzi.bandcamp.com/album/mana-2.