L’anima primigenia del black metal ha trovato ricetto e fertile terreno di coltura nell’ala più oltranzista del doom. Nessuna attenzione alle pose, comunicazione ridotta all’indispensabile, produzioni (volutamente?) grezze e minimali. 

Lo spazio immenso situato tra costa Est e costa Ovest. Nel mezzo Detroit, Chicago, poi poco altro. Definire coordinate esatte non è facile. Ci si perde, in America, lo disse anche Stiv Bators. 

I Ghorot vengono da Boise, capitale dell’Idaho. Ad est di Washington (e Seattle) ed Oregon (con Portland). Poco si sa di loro, come d’altronde dello Stato di provenienza. Sono in tre, Chad Remains (chitarra), Carson Russell (basso) e Bandon Walker (batteria). Tutti si spartiscono le voci, o meglio i gorgoglii. Producono un suono profondo, disarticolato ove la melodia è bandita. Chad Remains suonava negli Uzala, che scesero a volo radente sul Roadburn del 2015. 

La fiera attitudine black che alimenta le cinque composizioni che si spartiscono il corpo macilento di Loss of light avvolge l’opera intiera in un manto cupo, evocando rituali blasfemi resi in onore di divinità folli ripudiate dall’umanità e costrette a sopravvivere in culti perpetrati da comunità di disperati, emarginati ai limiti estremi delle terre conosciute. Cacofonie infernali ove la voce fa fatica a trovare spazio, emergendo dal ribollire strumentale che pare diretto da un’entità poco rassicurante. Un disco destinato ad una platea selezionata, e queste sono le manifeste intenzioni del trio. I deliri evocati nella lunga ed estenuante “In endless grief” (tredici minuti), con la vicina Seattle che offre scorte di combustibile alle quali attingere, la carica nichilista della breve “Woven furnace” che riporta il doom alle sue origini, l’altra “lunga” “Charioteer of fire”, con i Thergothon che si stagliano nell’ombra, questo è il manifesto dei Ghorot. (Black) doom on!