L’ultima frontiera del synthpop si attesta in Svezia, con Seconds of Solitude, il debut album dell’act Cold Connection da Helsingborg. Ma se l’inizio dell’attività del gruppo risale addirittura al 2011, varie vicende hanno fatto si che l’attesa della sua prima release si prolungasse fino al 2021. In verità la musica di Daniel Billqvist (vocalist) e Pontus Olsson è talmente vicina alla tradizione new wave che Seconds of Solitude potrebbe tranquillamente essere uscito nel 1982: nelle nove tracce che contiene, dominano gli echi di Depeche Mode – dei quali si ritrova anche lo stile di canto – Erasure, Heaven 17 e persino Kraftwerk in una misura che quasi commuove; il risultato non aspira certo all’originalità, ma per chi abbia conosciuto l’epoca dei modelli, l’ascolto di questa musica – prodotta, ovviamente, con tecnologie adeguate – riserva sempre momenti piacevoli. Del resto la padronanza dei sintetizzatori appare, nel caso di Pontus Olsson, assolutamente indiscutibile. Apre “Save Me Now”, un omaggio appassionato e, tutto sommato, riuscito, alla band di Gahan. Subito dopo, troviamo la frizzante e ballabile “Memories”, uno degli episodi più gradevoli, mentre poi “Trocadero” emerge per una tessitura elettronica ‘luminosa’ e aerea che quasi richiama i Simple Mind; “Burning Love”, una delle tracce più orecchiabili, non ha nulla che vedere con l’omonimo brano di Elvis Presley e resta prudentemente in area ’80 senza grosse innovazioni. Quindi, bypassate le variazioni ‘sintetiche’ della strumentale “Heatwave”, “Mesmerize” è un altro pezzo alla Depeche Mode di ottima fattura e un po’ più avanti, segnaliamo la malinconia e il pathos di “Strange Kind of Paradise”, in cui si percepiscono chiaramente influenze kraftwerkiane. La malinconia domina anche lo scenario della bella e melodica title track per quanto, a chiudere la lista siano collocati quattro remix che, francamente, poco aggiungono al contenuto del disco: a mio avviso, il più azzeccato è comunque quello di Patrik Kambo per “Trocadero”.