L’anno non è ancora finito e i Deine Lakaien mettono a disposizione Dual+, una sorta di sequel del Dual, uscito solo alcuni mesi fa. In Dual+ ha trovato posto materiale che era stato sviluppato per il primo Dual e non vi era stato inserito: spazio quindi a qualche altra cover e a pezzi originali (o rifatti in nuove versioni) presumibilmente ispirati dalle cover stesse, benchè la connessione non si colga sempre con facilità, giacchè lo stile inconfondibile del duo ha comunque il sopravvento, anche quando l’idea è partita da musica di altri. Non tutto, in verità, è riuscito alla perfezione come nel precedente Dual ma per noi fan irriducibili dei due ‘lacchè’ anche questo lavoro è una scoperta e un’occasione di ascolto imperdibile e, in ogni caso, non mancano momenti di intensa suggestione. La prima traccia, “Cradle Song”, è inedita e, per quanto sia stata avvicinata alla ninna nanna di Brahms, ha tutte le carte in regola per rientrare nel tipico repertorio romantico dei Deine Lakaien, con la voluta contrapposizione fra sonorità delicate e armoniose e la profonda, inconfondibile voce di Alexander Veljanov, qui rassicurante più che seducente. In qualche modo, questo esordio si riallaccia alla conclusione dell’album, anche se il pezzo finale, “Wiegenlied”, è completamente diverso e, a mio avviso, non ha lo stesso charme: si tratta di due ninne nanne, ma la seconda è la ‘rivisitazione’ della ‘lullaby’ del compositore russo Mikhail Glinka, che viene riproposta in modalità ‘classicheggiante’ con uno stile che richiama molto l’originale anche se, curiosamente, i due hanno qui ‘sacrificato’ gran parte del pianoforte a favore di un arrangiamento più orchestrale, in sostanza una bella prova vocale, ma nulla di davvero rilevante. Più interessante appare, francamente, il secondo brano, “Nightfall”: esso si connette a una delle cover più potenti realizzate dai nostri, quella di “Set The Controls For The Heart Of The Sun” dei Pink Floyd collocata immediatamente dopo e ne anticipa l’atmosfera notturna e lo spirito oscuro, che vengono condotti fino alla piena realizzazione, poi, appunto nel pezzo dei Pink Floyd perchè, grazie alla prevalenza di suoni elettronici, si arricchiscano di maggiore freddezza e tenebroso mistero. Intrigante e particolare è la successiva “Self Seeker”, in cui si percepiscono anche influenze wave all’interno di una struttura variegata e fantasiosa, mentre “Run (2nd Version)”, che conosciamo dal precedente Dual restituisce del brano un’interpretazione in chiave acustica più pacata e meditativa, ma comunque riuscita. Troviamo a questo punto un altro degli episodi tutto sommato non necessari del disco, la cover di “Losing My Religion” dei REM che sembra un po’ una lagna messa lì, una qualità che – ma è un’opinione della scrivente! – apparteneva anche all’originale, ma il livello torna poi subito alto con “Mr DNA”, altra cover – almeno in parte – stavolta dai Devo (“Smart Patrol/Mr. DNA”) che, rispetto alla vivacità originaria, si trasforma in una creazione complessa e raffinata. Infine, bypassato il paesaggio malinconico e introspettivo di “Altruist”, dobbiamo segnalare anche “Fork”, la traccia più sperimentale e scanzonata di questo album che, nonostante qualche alto e basso, ci emoziona e non ci delude.