Non ci eravamo mai occupati prima degli Idles, band britannica (di Bristol), in attività già da un paio di anni, ma ora vogliamo segnalare Crawler, il loro album uscito quest’anno, in quanto ha caratteristiche di notevole interesse che non sono sfuggite agli ‘specialisti’. Gli Idles si collocano nell’area ormai vasta del postpunk revival, con più elementi punk che di altro genere. Il frontman, Joe Talbot, figura un po’ ‘maledetta’ per un passato drammatico che, a quanto si sa, è spesso presente nella musica del gruppo e ispira gran parte del contenuto di questo ultimo lavoro, amplia, per così dire, le file dei vocalist carismatici, alternando nei suoi moduli espressivi la rabbia e il tormento: una formula che tuttavia non ne fa un epigono, perchè animata da ben più che qualche scintilla di originalità. Si comincia con “MTT 420 RR”, le sue sonorità ‘rudi’ e il canto ‘aggrondato’ e passionale al tempo stesso, tutti aspetti innegabilmente intriganti. Subito dopo, “The Wheel” ci riporta alle radici punk, che sanno esprimere efficacemente la furia e lo strazio per un’esperienza familiare molto dolorosa, mentre When The Lights Come”, uno dei brani più belli e, forse, uno dei più vicini alla tradizione dark, ci regala un basso strepitoso, un’atmosfera cupa e introspettiva e un sentore ‘vintage’ che ci coinvolge profondamente; “Car Crash”, con il suo riferimento all’incidente stradale, trasmette angoscia e senso di oppressione. Quindi, superata la scanzonata e – ancora – ‘punkeggiante’ “The New Sensation”, troviamo “Stockholm Syndrome”, che  si colloca in quel filone postpunk di certo parte del DNA della band, offrendo, nel contempo, a Talbot l’opportunità di un ulteriore pezzo di bravura, mentre la seguente “The Beachland Ballroom” incarna l’ennesimo episodio sorprendente rallentando la ritmica e alleggerendo i toni in un momento per così dire melodico e ricco di pathos; poco più avanti, “Meds” è caratterizzata non solo dal basso favoloso ma anche da ‘staffilate’ di chitarra che ci fanno sanguinare le orecchie. Delle restanti tracce menzioniamo “Progress” e la sua malinconia onirica e sfuggente e la conclusiva, vagamente apocalittica “The End”, che chiude l’album con l’impeto che ci vuole e ci ricorda che, con i Fontaines D.C. e gli Idles, il postpunk inglese gode ottima salute.