No, non me la sento, non mi va proprio di digitare quelle due paroline partite da un trattino per le quali Simon Reynolds potrebbe (ci ha già) intrattenerci per chissà quanto tempo ancora (o forse no, gli è già venuto a noia?). Con il rischio di limitare il risultato, di precludere una analisi più dettagliata, un responso più aderente, più corretto. E più rispettoso nei confronti di chi ha architettato e dato forma a questo piccolo capolavoro di… (e no, non ci casco, non lo scrivo). 

The Black Veils erigono un muro di suono impressionante, compatto, di durissimo calcestruzzo impastato nel sangue. Violento in “Hyenas” che chiama a testimoniare sul banco degli imputati i Killing Joke era-”Wardance” (quelli sporchi e crudelmente determinati del disco d’esordio), ma “Lamourlamort” (per favore, un premio a questo titolo geniale) ingentilisce le sue arcigne sembianze grazie ad una chitarra che più “classica” di così non si può (e mi riferisco sempre a quella corrente negli anni/decenni trasformatasi nel tumulto di vero e proprio genere). Eccellente l’interpretazione del vocalist Gregor Samsa (proprio così), il basso di Filippo Scalzo vi trascinerà nell’antro dei ricordi per poi disossarvi e lasciarvi esausti (per chi l’ha vissuto quel trascorso), la batteria di Leonardo Cannatella lo sostiene e si mostra pronta a fuggire, a correre, ad anticipare, sull’approccio alla chitarra di Mario d’Anelli sarebbe da aggiornare il dizionario della new-wave (sonorità frequentate assiduamente pure da Davide Simeon dei Der Himmel), un altro devoto a canoni che, ripeto quanto sopra, inglobano una visione ormai codificata, ed a sostenere il tutto (altrimenti di che staremmo qui a discettare) una qualità ed una attenzione nella scrittura superiori, che attingono sì al passato, ma non si mostrano da questo (ingombro) soffocati, ridotti a mera cartolina celebrativa. Epigoni di epoche fastose con lo sguardo rivolto avanti, ad un futuro artistico che va ancora consolidato (l’esordio “Blossom” risale a poco più di cinque anni fa), un processo che vede in Carnage un punto di svolta fondamentale. Cupo, scardinante, disilluso, non è e non potrebbe essere figlio e nemmeno nipote della temperie che alimentò i complessi dai quali traggono ispirazione (che è limitata ad un arco temporale ed ad una mappa geografica definiti) eppure mostra il nervo scoperto, il tendine sfilacciato di una risolutezza feroce attuale. Dal rumore che introduce “See you at my funeral” alla coda-urlo-denuncia di “Cities of fire” ed al suo chaos indotto, è una corsa velocissima, nove schegge che lasciano senza fiato e si liquefanno in fretta. Morte e dannazione, sull’umanità calano le note di un marziale “Requiem”, tutto finirà, speriamo sia breve. 

Per informazioni: https://icycoldrecords.bandcamp.com/album/icr054-the-black-veils-carnage
Web: https://theblackveils.bandcamp.com