Void fa perno sul raffinato intreccio strumentale ordito dal main-man Guillaume Beringer e sulle ipnotiche voci femminili che graziano alcuni dei nove episodi del disco. Il progetto ha visto la luce nel 2010 e conta all’attivo sei dischi compreso il presente, oltre a tre eppì. Ancorato alla scuola francese che si apre alle contaminazioni colte, ad uno spirito indagatore vorace e profondo. XCIII come novantatreesimo/quatre-vingt-treizième, come il poema “A une passante”, C. Baudelaire, “I fiori del male” (“Spleen et idéal”, “Tableaux parisiens”). Altro indizio: la produzione affidata a Steve Kitch dei sottovalutati neo-progsters inglesi Pineapple Thief di Bruce Soord, altro elemento che con Beringer condivide visioni ed affinità. Progetti destinati ai margini, ma che i più attenti ben comprendono. Definire canzoni le tracce di Void potrebbe comportare il rischio concreto di fornire informazioni fuorvianti. Alcuni episodi presentano una trama più convenzionale (“Hannah” cantata da Maélise Vallez, “Rosemary” con la voce di Giulia Filippi e guidata da un piano impetuoso anche se leggermente arretrato rispetto gli altri strumenti). I testi descrivono gesti ed oggetti quotidiani, vanno ascoltati con attenzione, Beringer lavora sull’applicazione della metafora; essi s’amalgamano al tessuto sonoro, che varia e che riserva veri e propri saliscendi emozionali, il crescendo inarrestabile di “Tapeworm” merita una menzione a parte. Assai convincente, e non per tutti. Ma questo non è un difetto.