Eclettici, estrosi e, allo stesso tempo, forti di una solida esperienza alle spalle legata soprattutto a collaborazioni di eccellenza, Aurelio Menichi e Gabriele Gai – i Polychron+ – hanno pubblicato nel 2021 un album che molti specialisti hanno inserito nelle classifiche di fine anno. In effetti, She’s Always Been There è un lavoro davvero particolare che oscilla fra il colto – ma mai cerebrale – e il pop, attingendo a diversi filoni musicali fra i quali, per altro, i due mostrano di sapersi muovere con estrema disinvoltura. Il risultato è un amalgama sorprendente e vario, che strizza l’occhio al postpunk ma non se ne lascia condizionare, piacevole all’ascolto ma non ‘facile’, da seguire con interesse e ‘vigile’ attenzione. Del resto, nell’impossibilità di incasellare l’opera in uno specifico stile, si rileva la presenza di altri artisti di significativo calibro che arricchiscono l’insieme del loro contributo. Vediamo in dettaglio: l’apertura è affidata a “L’ouverture”, un esordio non troppo sereno che, anche grazie alle liriche, sembrerebbe preludere a paesaggi dark sfiorati morbidamente da note di piano e definiti da un inatteso trombone: alla fine è la voce di Carmen D’Onofrio, con parole sobrie oltre che concise, ad esprimere lo spirito del brano. La successiva “Lighter Than The Blue” vede il primo degli interventi di Blaine L. Reininger, la cui voce ‘narrante’ su uno ‘sfondo’ elettronico di grande suggestione conferisce un tocco di poesia che poi il suono del violino e il caratteristico, vigoroso canto completano brillantemente; “Yeh-Teh” rappresenta quindi una vera ‘cesura’, introducendo a sorpresa ritmica sostenuta in chiave rap. Ma la delicatezza e la malinconia sembrano costituire il mood prevalente, a giudicare da “Pocketknife”, che propone una ‘deviazione’ in ambito melodico condotta dall’eleganza della vocalist americana Anna Domino con le sue innegabili doti canore e dagli archi avvolgenti e poi, in una versione insolita, vagamente ‘jazzata’, le ritroviamo anche in “Late”, ove è la tromba di Luc Van Lieshout a farla da ‘padrone’, mentre la strumentale “Morbid Love” offre un intermezzo quasi anni ’70, animato da un incredibile piano ‘vintage’; in “Alaska Drive”, uno dei pezzi più affascinanti, sono abbinati cupa synthwave in stile ’80 e l’incredibile voce di NicoNote, che qualcuno ricorderà nei Violet Eves, con un risultato assolutamente notevole. Ma non possiamo esimerci dal menzionare anche “Twist the Knife”, non solo perché ospita una figura cui siamo legati da sempre, Alex Spalck dei Pankow, ma perché segna la svolta verso un’elettronica oscura, scandita da tesissime pulsazioni, che dipinge brillantemente inquietanti scenari notturni e, a seguire, l’omaggio ai Gaznevada con la cover della loro “Tij-U-Wan” è un’ulteriore ‘chicca’ che lusinga chi abbia amato la new wave italiana. Infine, bypassata “Gum,Le Blue Jar”, brioso ‘divertissement’ tutto da godere, in “Piano Astrale” torna Blaine L. Reininger che, con passione, declama – in italiano! – parole assai belle, con un accompagnamento variegato e ricco di un’armonia seducente, ove emerge, fra l’altro, un piano struggente. “Lo Scrigno d’Oro”, una surreale fiaba dai molti significati recitata – benissimo! – da Alex Spalck su aeree note ‘sintetiche’ e variazioni di fiati, conclude così un disco di pregio che attesta originalità e personalità.