Facciamo i conti: sono trascorsi nove anni dalla pubblicazione di “The enemy inside”. Un’eternità. Provate solo a compilare a memoria un elenco degli accadimenti che si sono succeduti, nella vostra vita privata come in quella “pubblica”, in quest’ampio arco temporale.  

Il ritorno di Gianluca Divirgilio/Arctic Plateau. 

Nove (ancora questo numero!) canzoni nuove più una intro ed una (validissima) bonus-track. Questa la carta di identità di Songs of shame, prodotto da Divirgilio coadiuvato da Fabio Fraschini e Filippo Strang; e da un ristretto, qualificato gruppo di collaboratori. Le belle armonie di chitarra, l’atmosfera che rimanda ai concittadini Klimt 1918, con i quali Divirgilio condivide una visione peculiare dello shoegaze/post-rock (post-shoegaze? Con questo prefisso pare che stia bene tutto). E belle canzoni, come l’iniziale title-track, come “Venezia”, come “No need to understand you” (quasi a-la The Smiths!). Una meraviglia ben celata negli anfratti dell’underground che merita essere valorizzata, anche per rendere merito all’eccezionale impegno profuso dall’Autore in tutte le Sue opere. Attento a bilanciare lampi elettrici (che caratterizzano l’epica “Red flowers” tutta) e quiete acustica (“We’re never falling down”), rischiando a volte di lasciar scoperto il fianco alla critica, a chi potrebbe evidenziare una certa, rassicurante uniformità (voluta?) nell’esposizione.  

E’ in “Venezia”, preceduta dalla scheggia introduttiva opportunamente nominata “L’Arsenale”, che si colgono le affinità (elettive) con l’ensemble dei fratelli Soellner: la stessa spontanea, formidabile forza descrittiva, l’accento posto sull’emozione, quella provocata dallo sguardo che s’allarga sulla Bellezza maestosa ed austera di antiche metropoli immortali.  

Consigliato un ripasso della discografia intiera, compreso l’omaggio ai Novembre, “A tresure to find”, ove AP eseguirono “Nostalgiaplatz”.