Opera ponderosa, Wounds and Blessings è l’ultimo lavoro di Blaine L.Reininger: un doppio album suddiviso in quattro parti, per un totale di ben 28 tracce, nel quale l’artista ha impiegato con dovizia tutte le sue abilità, aggiungendovi il contributo di alcuni fidati collaboratori come Steven Brown, il percussionista Paul Zahl, Luc van Lieshout e il chitarrista greco Tilemachos Moussas. Come sempre avulso da etichette e generi musicali, Reininger può oggi permettersi di seguire solo e unicamente la propria ispirazione, anche quando sembra di cogliere fra le note richiami, probabilmente inconsapevoli, a classici del passato che forse per lui hanno avuto un ruolo. Resta il fatto che la musica di Wounds and Blessings tradisce la padronanza dovuta a un’esperienza lunga anni, partita da un’epoca di innovazione musicale per attraversare circa quarant’anni di storia, arte ed evoluzione: possiamo dire che Reiniger è a un passo dal diventare un classico lui stesso, mentre il gruppo di cui è stato uno dei fondatori, i Tuxedomoon, è già entrato nel mito. La prima sezione di Wounds and Blessings, ‘Songs’, contiene nove tracce, la prima delle quali, “100 Sad Fingers”, fa risuonare, fra gli angoli della nostra memoria, certi giri di chitarra di Bowie, cui ci riportano anche le tonalità vocali, all’interno di una personalissima attitudine rock che, del resto, affiora spesso nella musica di Blaine: infatti, emerge anche nella seguente “I Inhabit The Dunes”, tutta chitarra e batteria, sulle quali la voce vigorosa domina, assoluta; nella bellissima “Je Retournerai” l’ombra di Bowie aleggia ancora come una sorta di nume tutelare. Sorprende quindi la divagazione quasi romantica di “Magnetic Flux” che, tra piano, synth e canto da crooner, inaugura un andamento più ‘conciliante’ e, mentre “Chemise Grise” si cimenta con tappeti elettronici vagamente onirici, il mood della malinconia si percepisce poco dopo in “I Am an Old Poem” ove il clima è ulteriormente ‘ammorbidito’ da archi e cori, in efficace contrasto con il canto profondo di Blaine. Gli ultimi due brani della prima sezione, “Goby Life” e “The Days Gone By” appaiono come i più compositi: nel primo, chitarra, violino lacerante e variazioni elettroniche tratteggiano il più indefinibile e fantasioso degli scenari e nel secondo, fra le vibrazioni elettroniche emergono voci ‘futuribili’. La seconda suite, ‘Bricolage’, che lascia ampio spazio alla sperimentazione, si apre con la caotica “Roll Of The Edge”, che rimescola elementi jazz, rumorismi industriali e molto altro, per fluire nell’estro un po’ ‘pazzoide’ di “Duello” e nella ipermoderna ricchezza sonora di “Silver Pants” ma è “Pleyel Harvest” a risaltare, con quell’atmosfera un po’ decadente che fa venire in mente – chissà come mai! – i Tuxedomoon. La terza parte, ‘Sourced’, inizia con “One Of Those Things”, che unisce synth raffinato ma niente affatto convenzionale a voce curiosamente distorta mentre “Begin Your Day, Winny” è definita da un paesaggio strano e inquietante, ma è di nuovo l’ultimo pezzo della suite, “Newbs Descending A Staircase”, che vogliamo segnalare per la sensazione di leggerezza che la pervade e che la tromba di Luc van Lieshout provvede a sottolineare. Infine, la quarta sezione intitolata ‘Serene’ propone per prima “Lockdown Blues”, una rilettura ‘industriale’ del jazz, sempre alla luce della tromba di Mr. van Lieshout e la splendida “Indra’s Dream” con la sua armonia originale, così aderente al sogno che le dà il titolo e che il violino sa ben ‘impreziosire’; “Die Ferne Klang”, subito dopo, all’armonia aggiunge bellezza pura. Dei restanti brani, ricordiamo il fosco piano e il contesto vagamente teso di “Unbirthday”, il sassofono seducente di “Quarter Teen” ad opera di Steven Brown, e la sontuosa chiusura di “Push” ove sono abbinati piano e fantasie elettroniche in uno scenario malinconico e meditativo non privo di reminiscenze ‘ambientali’, a incoronare di suggestione un album pregevole.