Al terzo disco non puoi contare più sull’effetto-sorpresa. Sull’esperienza sì, però. Non che questo fondamentale elemento difetti ai The Ossuary, ovvero tre Natron (Max Marzocca e Dario De Falco, batteria e basso rispettivamente, e Domenico Mele, chitarre) e l’ex-Twilight Gate Stefano Fiore alla voce.  

Oltretomba è un bel disco di doom incorporante elementi psichedelici ed irrobustito da trame hard rock impreziosite dal lavorio incessante delle chitarre. Essi non ricorrono alla dilatazione snervante, al rallentamento fino all’esaurimento bensì alla creazione di brani dal forte impatto emotivo e dalla scrittura curata, e quivi la voce di Fiore giuoca un ruolo fondamentale. Episodi come la pregevole opener “Ratking” (traccia percorsa da una tastiera che provoca un effetto perfidamente horrorifico) e “Forever into the ground” assolvono al fondamentale compito di alleggerire la tracklist con il loro andamento cadenzato (ma sullo sfondo sventola sempre il drappo nero del doom più rutilante), mentre “Orbits” coi suoi nove minuti scarsi di durata ci introduce ad atmosfere affini a gruppi il ricordo dei quali giace sepolto nella brughiera, come i Gryphon più convenzionalmente hard-rock. Ecco disvelato il grande pregio di Oltretomba, ricorrere alla citazione, inevitabile oggidì, sopra tutto in questi ambiti, facendolo con sommo discernimento. Non piacerà a tutti, ne sono certo, ma rinunziare a priori a canzoni eccellenti come “Crucifer” ed al suo mortifero incedere, una vera e propria litania occulta, ovvero alla title-track che, posta in chiusura dell’opera, ammicca ai Cathedral ed al seventies doom più sacrale, significherebbe recar torto alla ragione. Degni rappresentanti di una “via italica” al doom che ci riserverà ulteriori soddisfazioni in futuro.