Diamo voce a due nostri recensori nel parlare di questo nuovo album degli Amorphis, Hadrianus e S*Tox.

La versione di Hadrianus

Trentauno anni e quattordici dischi. Ed un nuovo capitolo, Halo, capace ancora di sorprendere. Mantenendo però ben a fuoco quelle che sono le connotazioni di una esposizione ormai classica. Ed anche questa recente prova entrerà nel novero ristretto dei migliori pubblicati da sestetto finnico, “rinforzato” da Pekka Kainulainen (autore dei testi, per i quali attinge alla sua conoscenza approfondita del Kalevala), e dal produttore Jens Bogren, colui che si è assunto l’onore della scelta della tracklist definitiva. Un unico, compatto corpo organico, una unità duttile ed innerbata da una disciplina del lavoro “crimsoniana”. Guadagnare i vertici costa fatica, ancor più conservarli.  

Halo è epico, maestoso, immerso in una oscurità che non opprime. E’ il canto di chi è sopravvissuto alla battaglia, ed osserva il campo ove si è consumata: i fuochi ardono ancora, frammenti di bragia s’avvolgono su di essi in spirali infuocate che si stagliano sullo sfondo di un cielo nero pece. E’ l’ennesima formidabile prova corale di un complesso che non ha nulla da dimostrare, a nessuno, perchè il lignaggio gli appartiene di diritto. Potrebbe forse osar di più?  

Le chitarre gemelle di Holopainen/Koivusaari, il growl/clean di Joutsen, narratore autorevole, le tastiere di Kallio che levano il loro suono maestoso, ma dipingono pure liquidi paesaggi dreamtheateriani, facendo sfoggio di estro, come nella title-track, la batteria ed il basso che spianano la strada mostrando la perfetta intesa che intercorre tra Rechberger e Laine. Cavalleria leggera e pesante. I cori che glorificano il mito, l’epica del metal che poggia sulla fedeltà assoluta dei propri sostenitori. E’ un mutuo scambio. Preservare e premiare, il bottino finale è da spartire tutti assieme.  

Evoluzione e tradizione possono convivere? Fino a quando? Gli Amorphis di Halo ricorrono alla seconda rinforzando il telaio solido di queste canzoni con l’uso accorto di soluzioni che permettono loro di ampliare una formula collaudata. Halo è qui, ora, ed i suoi fautori sono gli stessi, se non nell’organico certamente nella visione, di “Black winter day”. I mille laghi in fiamme. 

La scelta dei formati disponibili soddisferà le esigenze pure dei più pignoli. 

 

La versione di S*Tox

Torna l’epica band finlandese con il suo quattordicesimo lavoro Halo. Niente a che vedere col mitico game sparatutto della Xbox, ma il “solito” buon metal prog di cui gli Amorphis sono ormai indiscussi protagonisti. Ad esser sincero li avevo lasciati al grande Skyforger, mitico album della trilogia dedicata dai musicisti alla saga finnica “Calevala”, già recensito su queste pagine nel 2009, ed oggi mi sono riavvicinato ai loro brani con la curiosità di chi, nostalgico, vuole riscaldarsi ad una vecchia fiamma. Indubbiamente il calore è lo stesso, forse troppo “uguale”. La grande tecnica strumentale dei musicisti è intonsa. Grande ritmo, molteplici cambi di tempo, bel contrasto tra liriche coralità e ruvido growl … cioè: niente di nuovo.

Per carità, l’album è bello, orchestrato con la “solita” maestria, e forse è ingeneroso pretendere da un gruppo sulla breccia da trent’anni grandi innovazioni, anzi è normale che i musicisti si siano consolidati nel proprio stile, in effetti ormai inconfondibile, ma la struttura e relativa godibilità dei brani a tratti può apparire stucchevole.

“On The Dark Waters”, la seconda track, è forse la più avvincente, con il growl ben sostenuto dalla ritmica e con parti strumentali molto ricercate nell’effetto emozionale, dai toni grigi e meno scontati.  Molto interessati le atmosfere di “The Moon”, sicuramente molto ricercate e la struttura del brano, attraverso un sapiente susseguirsi di vocalità, progredisce in un crescendo molto emozionale. Più graffiante è “War”, forse anche perché ascoltare oggi un pezzo del genere coinvolge profondamente. “Halo”, che si consegna ad intitolare l’opera, non si distacca dallo stilema di fondo: grandi cavalcate ritmiche e gradevole orecchiabilità. “The Wolf” ci riporta invece un po’ al death metal per i toni più “cattivi”, ma immancabile è l’intervento del vocalist Tomi, più armonico, portato in un alternante “a contrasto”, tecnica che costituisce il leitmotiv dell’album. Una bella ballata, molto classica, chiude l’album: “My Name Is Night”, caratterizzata dal duetto di Tomi e Petronella Nettermalm supportata da un’orchestrazione elaborata con finale molto intenso

Chi ama gli Amorphis e le loro sonorità non rimarrà quindi deluso, perché la band non ha perso colpi nel tempo: una “consueta” conferma, dalle ispirazioni un po’ lontane dalle ambientazioni leggendarie che avvolgevano le migliori visioni epiche del passato.