Il nuovo album di Marissa Nadler, The Path Of The Clouds, è uscito da alcuni mesi, a testimoniare un momento creativo che dura da un po’ di tempo, tanto che solo nel 2021, oltre a questo, è uscito anche il disco di cover Instead Of Dreaming. The Path Of The Clouds segna dunque un ulteriore tappa nel viaggio di un’artista brillante, un’esploratrice dell’anima e dei suoni, che qui sembra voler sperimentare canoni per lei non usuali – si è saputo che la maggior parte dei brani sarebbe stata composta al pianoforte – e un’inclinazione verso ambiti oscuri che si fondono con il mood onirico già spesso ‘collaudato’. Se questo contesto particolare è connesso, come si è letto, con la visione della serie americana Unsolved Mistery, si può comunque ritenere che tanti aspetti, inclusa l’esperienza della pandemia, abbiano probabilmente contribuito ad addensare i colori dei racconti della Nadler che, in ogni caso, restano sul filo della poesia. Si comincia con “Bessie, Did You Make It”, una storia noir molto ‘partecipata’ che, per altro, si ammanta di lirismo sul filo delle note di chitarra acustica. Segue la title track, una variegata composizione che unisce grazia e ricercatezza dal sapore neoclassico per una visione aerea e toccante, tanto che si fatica a credere che narri di un dirottatore, mentre “Couldn’t Have Done The Killing”, uno degli episodi più belli, è ancora una ballata nera in cui la voce pare accarezzare l’ascoltatore e la chitarra è talmente struggente da commuovere e in “If I Could Breath Underwater dal paesaggio sognante emergono una ritmica incisiva e fluide note di piano; la meravigliosa “Elegy” apre le porte di un mondo impalpabile ed etereo, abitato non solo da ricami ‘sintetici’ ma da nuvole lievi, brezza, un’arpa celestiale e il controcanto di Amber Webber. Non si può quindi ignorare il clima meno onirico – il suono icastico della chitarra ben lo illustra – ma estremamente suggestivo di “Well Sometimes You Just Can’t Stay”, che sembra animata da un piglio più drammatico e un po’ contrasta con la leggerezza della seguente “From Vapor To Stardust; “Storm”, invece, presenta forse lo scenario più mesto e introspettivo, sostenuto da una trama elettronica a tinte davvero patetiche. Dei brani restanti, menzioniamo “Turned Into Air” ove le note di chitarra acustica e l’intervento di Emma Ruth Rundle alla chitarra elettrica sviluppano estatiche quanto tenui visioni e la conclusiva “Lemon Queen”, che chiude con tonalità vocali affascinanti ed elegante armonia l’ennesimo bel disco di Marissa Nadler.