Trentacinque anni. Eppure, se non badate alla data iscritta nella confezione (1987, la custodia è in cartoncino ed in bianco e nero), l’impressione che ricaverete dall’ascolto sarà quella di trovarsi al cospetto di un disco assai più recente.  

Forza di un’opera frutto di una visione non circoscritta alla contingenza, ai riferimenti stilisti in auge all’epoca della sua creazione. Alla luce di quanto è venuto dopo, di cosa il Cenacolo Arpia (sempre loro tre, negli anni si è aggiunta solo la voce di Paola Feraiorni), ovvio, troppo semplice classificare oggi De lusioni come anticipatore.  

Un terzetto addirittura spregiudicato. Pragmatico e determinato (la discografia che succederà a questo esordio ne è testimone) quanto impregnato di una (utopistica?) pulsione alla curiosità, all’esplorazione. I germi coltivati tra le pieghe di De lusioni si sono sviluppati in “Terramare”, in “Racconto d’Inverno”, e la veemenza politica di “Ragazzo rosso” è qui presente in nuce. Pragmatismo e misticismo. Contraddizione? No. 

Molti si sbilanciarono in confronti bizzarri, fantasiosi. Perché De lusioni, “Resurrezione e metamorfosi” e “Bianco zero” potevano anche confondere i più ligi all’ortodossia metal, a quel pastone nel quale i tre vennero immersi da una critica preoccupata a catalogare, a rendere chiaro al destinatario lo stile di appartenenza; l’irreggimentazione alla quale gli Arpia si sono sempre rifiutati di sottostare, apparentemente chiusi nel loro Cenacolo, nella realtà vogliosi di rendere quanto più profonda e diffusa la loro azione (“1783” venne inclusa nella compilazione “Surgery of the power” della Fireball Records del 1989, i primi incerti passi del “metal” italiano). Fuggire da quella zona confortevole di dove estrarre nomi e titoli, fissare linee comuni e giungere al giudizio finale agevolati dalla storicità degli eventi. Un rischio che gli Arpia si assunsero, peccato che i riconoscimenti, pur giunti, non furono proporzionati agli sforzi prodotti. Ma è il destino di chi guarda sempre (ed a volte) troppo avanti. 

Nei brani lunghi dallo svolgimento elaborato, i suoni secchi, i riff nervosi, il canto declamatorio, la finissima tessitura della sezione ritmica generano un reticolo di emozioni. Anche capitoli apparentemente interlocutori (“Mistero”, “Espiazione”) aderiscono al contesto narrativo nel quale sono calati, assolvendo a funzioni diverse, Arpia è opera totale, De lusioni è frutto degli ingegni che portarono a “Terramare”, lo ribadisco con vieppiù forza, anche se tra i due trascorsero diciannove anni, e ventitré ampliando a “Racconti d’inverno”. A posteriori è facile gioco storicizzare, ma era già chiaro il percorso che essi avrebbero poi compiuto. Artisti coraggiosi, Artisti veri. Non ostante l’estesa durata di De lusioni (ben oltre l’ora), mai la tensione cala, i contrasti tengono desta l’attenzione. Si appressa ai venti minuti, “Aborto”, li supera “La mascherata della Morte rossa”, il dolore fisico ed interiore, spirituale della prima ed i chiari riferimenti letterari della seconda, ecco i contrasti, gli attriti, lo sfregamento che di due lembi apparentemente così diversi che provocano un magnifico “rumore”, il cozzare tra la new-wave più arcigna (che pure il trio all’epoca non frequentava) ed il metal più scuro, più introverso, delimitano i contorni di due brani dalla potenza narrativa formidabile. La parola che pone il testo in primo piano sarà la costante dei lavori a venire, con il supporto irrinunziabile degli strumenti. Non uno a prevaricare sull’altro.  

Anche ingenui furono gli Arpia, perché la giovinezza lo consente, deve essere così. Il cuore, l’anima, il sentimento, l’ideale. L’urgenza di esprimerli evitando il ricorso all’editto, al proclama.  

Lungi dalla perfezione De lusioni, ci mancherebbe, allora avrebbero potuto fermarsi lì. Ma ancor oggi, cercare di attribuire un nome, un codice ad Arpia può rivelarsi esercizio pericoloso, cadere in fallo è assai probabile.  

Se all’ascolto di De lusioni proverete una sensazione di smarrimento, di inadeguatezza, allora lo avrete compreso appieno. Attendiamo ora le riedizioni di “Resurrezione e metamorfosi” e di “Bianco zero”, poi l’insieme sarà più netto, definito.  

Ristampa disponibile in formato doppio LP e CD.