Premesse:
1. Mistery boy è del 2019. 

2. La Propaganda è uno dei cardini sui quali i regimi autoritari fondano/fondavano la loro sopravvivenza.

3. Internet ed il consumo smodato ai limiti (sovente oltrepassati) della dipendenza ha provocato l’azzeramento dei concetti di tempo, di distanza e, peggio, la disintegrazione della coscienza critica e della curiosità. Che qualcuno potrebbe anche credere che “MB” sia del ‘22 e non del ’19. Un effetto distorsivo della Propaganda.

 

Mistery boy è un pezzo bellissimo. Scrissi qui a tal proposito nel maggio del 2019, recensione pubblicata il 26. Un brano che Sebastianutti mi inviò, in versione dilatata, per un ascolto in anteprima, gesto che mi onorò (altri tempi…). In quella pubblicata su “1979”, eppì che a tutti gli effetti segna il debutto del complesso formato, salvo sostituzioni temporanee, da Celeghin/Pacagnan/Mazzon e dal citato Sebastianutti, la durata venne compressa in quattro minuti scarsi, una “radio edit” sufficiente a trattenere (seppur a stento) l’istinto primigenio, l’urgenza del post-punk (i curricula di Celeghin e Pacagnan sarebbero sufficienti per compilare quelli di almeno una diecina di loro colleghi).  

Com’è costume odierno, si affida al video il compito di render fruibile ad una platea quanto più vasta il brano che fa da pretesto alla vicenda. Operazione risolta con maestria, le immagini sono belle ed il loro scorrere soddisfa la trama; l’argomento è anche abusato, il testo è semplice, con un fondo di ingenuità che negli anni Ottanta, quando il mezzo s’impose, era norma, e che è accentuato dalle pose dei protagonisti. La regia ne ha captato l’essenza, assolvendo al suo compito: luci, chiari/scuri, colori, gestualità, tutto al suo posto. Magari io, figlio del nichilismo punk/post-punk che mi ha formato, avrei prediletto un finale diverso (lascio a voi immaginare quale…), ma non è questo il punto. Perché quello che a noi interessa, è la Canzone. E, riprendo e rafforzo il concetto, Mistery boy è una bella Canzone. Le chitarre intessono una trama fitta, con la ritmica che detta il tema e la solista che apre ampi squarci, e la coppia basso/batteria che salda il tutto con una determinata eleganza che è figlia diretta di una concezione e di un approccio alla scrittura che oggidì sono pur troppo poco praticate. Produzione che trattiene la foga, ma non sottilizziamo. Tutto veloce, immediato, la brace che consuma il tabacco, il cuore che pare esplodere. La Canzone prima di tutto, il video dopo, teniamolo a mente, per non ridurre il tutto ad un mezzobusto, elegante dalla cintola in su, magari con i jeans sdruciti sotto (così Bryan Ferry in una intervista del… 1982?, ma LUI PUO’). 

Post-punk. Etichetta che oggidì deve essere utilizzata solo in quanto tale, Sheffield/Leeds/Manchester nel ‘78/’79 erano tutt’altra cosa. Violenza e cenere di ciminiere. Punto. 

Nel video alla batteria appare Riccardo Zamolo (un po’ il Mark Brzezicki della situazione, mi perdoni Sergio Celeghin, è al riparo da qualsisia accostamento a Nigel Preston…, è solo per giustificare il ricorso all’ennesima citazione “ottantiana”). 

Anni 80/2: Mistery boy potrebbe essere stata scritta dai Pretenders nel periodo ‘79/’81, poco prima che “quella manica di drogati” (cit. mia mamma!) approdasse al successo che li disintegrò. Stessa carica, stessa esuberanza, la voce, i cori. Manca l’inclinazione all’auto-distruzione, ma dei Signori un po’ attempati che cantano di ansie giovanili mettono un po’ di tenerezza quasi paternalistica.  

Quando leggo “veterani”, “reduci”, “sopravvissuti” mi altero di brutto. Siamo in aprile, 2022. Se possiamo girare acazzodicane per le nostre città, entrare ed uscire da locali e starcene al caldo ed all’asciutto, qualche centinaio di chilometri più in là non è così. Sopravvivere è un’altra cosa.  

Le cravatte sempre ben allacciate. Bravi. Quei pochi minuti davanti allo specchio, le mani che si muovono attorno al colletto della camicia con gesti perfettamente coordinati dall’abitudine. Prendersi del tempo tutto per noi, come le nostre Signore che si truccano e si preparano ad uscire. Sempre bellissime. Ma la cravatta è per noi. Uno schiaffo alla frenesia che incancrenisce questi tempi. Fermarsi un attimo a rimirare compiaciuti il nodo perfetto. Lasciar scivolare le dita sulla seta, tastare i bordi, controllare la lunghezza dei due capi, sollevare il lembo finale e lasciarlo ricadere. E che il resto dell’umanità vada a farsi.

 

Foto by Michele “Mick Gaze” Rossi