Torna finalmente nel 2022, a distanza di ben sei anni dal precedente Realms, Jayn Maiven aka Darkher. In The Buried Storm troviamo Christopher Smith alla batteria e una serie di altri collaboratori, principalmente agli archi; l’album contiene otto brani pregevoli le cui inimitabili atmosfere dark sembrano fatte per catturare le anime del popolo ‘oscuro’. Come già evidenziato a proposito del lavoro del 2016, lo stile di Darkher accoglie elementi diversi – doom, gothic, neofolk, ethereal – e li fonde in sonorità toccanti e fosche, tratteggiando paesaggi ricchi di suggestioni e malinconia. La sua voce appare oggi più che mai dotata di mille sfumature, sempre tese a un’armonia talmente dominante da diventare quasi ultraterrena, ma anche alla rappresentazione di un mondo antico e intriso di magia ove Darkher è palesemente di casa: musica da ascoltare in solitudine e raccoglimento, per godere appieno del suo incanto. Apre con lugubri note ‘ambientali’ “Sirens Nocturne”, che evolve in uno scenario oscuro, sovrastato da tormentati archi e dalla voce dolorosa quanto soave: questo esordio sembra indicare già quasi tutto il nucleo poetico del disco e, sulla scia di scarne percussioni di impronta tribale, fluisce senza soluzione di continuità nella successiva, struggente eppure tragica “Lowly Weep”, per poi lasciar in libertà, dopo l’ottimo contributo di Ludvig Swärd (Forndom) al violoncello, l’anima doom di Darkher che conduce a un apice emozionale. Quindi, nella breve, tristissima “Unbound” riemerge significativamente la chitarra acustica, la cui toccante presenza ha un ruolo di rilievo anche nella seguente “Where the Devil Waits”, brano davvero coinvolgente; “Love’s Sudden Death”, invece, nell’optare per una incisiva chitarra elettrica, incede con cadenzata solennità strizzando l’occhio a Chelsea Wolfe, della quale pare riprendere il mood drammatico e aspro al tempo stesso. Ma “The Seas” è un piccolo capolavoro dark, pieno di risonanze anticheggianti mentre il canto sospiroso di Jayn Maiven regala momenti di grandissimo pathos che, del resto, non manca in “Immortals”, ove la voce utilizza tonalità più limpide e definite. Infine, “Fear Not, My King” ci riporta in un’oscurità senza uscita, che le note cupissime di piano, il canto sofferto e la ritmica aggressiva – e di nuovo Chelsea Wolfe docet! – ritraggono con lucida tragedia, concludendo un album di indiscutibile valore.