Che gioia, un nuovo disco dei Rammstein! Siamo a quota otto e i nostri non hanno perso smalto ed energia. Registrato in Francia fra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, Zeit è nato dunque in piena pandemia che, anche per loro, vista la pausa forzata, ha significato una fase di viva creatività: vi si trovano undici tracce che, nonostante la guerra non fosse ancora scoppiata quando sono state composte, oggi ci appaiono per vari aspetti profetiche, visto il loro contenuto concettuale; la riflessione sul tempo che passa sembra del resto attraversare come un filo conduttore l’intero lavoro – il titolo Zeit significa, in effetti, proprio ‘tempo’ – e velarlo di incertezza e malinconia. A simboleggiare questo particolare mood, la foto di Bryan Adams sulla cover ha colpito un po’ tutti per la sua iconicità ma anche e soprattutto per il suo crudo minimalismo: il Trudelturm di Berlino, risalente agli anni 30, situato nel parco aerodinamico. Rispetto alla precedente opera Rammstein, la band qui ci mostra meno il suo lato giocoso a favore di un’attitudine ‘adulta’ e riflessiva, anche se non mancano i pezzi ‘tormentone’ o quelli divertenti, specie quando si cimenta con tematiche serie affrontandole con l’abituale approccio ‘irriverente’. Si inizia con “Armee Der Tristen”, senz’altro da annoverare fra i futuri classici del gruppo, con le sue chitarrone pesanti, la solennità dei cori e gli accattivanti interventi elettronici, seguita dalla title track, primo brano ad essere messo in circolazione come singolo, in cui invece prevale la meditazione malinconica, espressa dal pathos del canto e dall’andamento rallentato per quanto rimanga, ovviamente, la potenza dei suoni: il tempo trascorre senza che si possa fermare, anche il più perfetto dei momenti finisce, lasciandoci soltanto il rimpianto e abbiamo qui uno dei testi più belli del lotto. Poi, “Schwarz” esordisce con tetre note di piano a omaggiare l’oscurità e arricchisce la tristezza con qualche passaggio più orecchiabile, mentre “Giftig” opta per un contesto più ritmato tornando alla pungente (e, in questo caso, ‘velenosa’) ironia che conosciamo; “Zick Zack”, divertente, estrosa, spumeggiante, nel suo deridere la chirurgia estetica, non poteva che uscire come caustico, memorabile singolo. Persiste nell’ironia, stavolta a sfondo sessuale, “OK” (=Ohne Kondom), in radicale contrasto con la successiva “Meine Tränen”, che sembra idealmente ricollegarsi alla splendida “Puppe” di Rammstein e, come quella, ci regala un momento grave e toccante al tempo stesso, ricco di tutta l’armoniosa solennità dei nostri. Quindi, bypassata la veemenza possente di “Angst”, nulla di nuovo su questi lidi, ecco che “Dicke Titten” ci restituisce satira beffarda e pesante, sottolineata dalle allegre note marziali, mentre “Lügen”, uno dei pezzi più originali e intriganti e una delle prestazioni migliori di Lindemann, alterna voce sussurrata e slancio ‘insolente’, per raccontare l’incapacità di essere sinceri. L’album si chiude tuttavia in pieno mood depresso con la bella “Adieu”, che si riallaccia al tema del tempo e della morte (‘Am Ende bist du ganz allein’) per un saluto che, naturalmente, si spera sia del tutto metaforico.