A chi non conosce Dave Shadow, l’invito a ricercare il suo nome su queste istesse pagine. Un Artista acuto e versatile proveniente da un ambiente familiare che sicuramente lo ha stimolato e ne ha indirizzato la formazione che ha all’attivo esperienze maturate fin dal 1994, e che ha condiviso sigle che meriterebbero maggiore risalto come My Sixth Shadow (con Victor Love poi master dei Dope Stars Inc.), This Void Inside e Black Deep White. La sua versatile creatività lo ha stimolato ad utilizzare anche il suo nom de plume, una forma d’esposizione in prima persona e senza intermediazioni; l’esordio del 2016 titolato “Me, myself ad I” palesava le sue ferme intenzioni, soddisfando forse un’esigenza egoistica che ad ogni creativo deve appartenere. Eppoi il presente, pubblicato nel febbraio di quest’anno. 

Nei contenuti lirici, quanto mai importanti per comprenderne appieno la portata, The perfect soundtrack for the end of the world richiede la partecipazione attiva dell’ascoltatore, Dave imbastisce sul tema dei cambiamenti climatici e degli effetti devastanti che essi cagionano un’opera concettuale che nulla ha però di pretenzioso. È la sua personale visione di fatti evidenti a tutti, espressi in uno stile che è suo, tipico ed identificabile, e che tiene ovviamente conto delle sue trascorse esperienze. Un nu-goth-metal spigliato e ben prodotto, con rimandi ai MSS e caratterizzato da una produzione scintillante, a tratti fin troppo levigata. Disco ambizioso, The perfect soundtrack for the end of the world, contando ben dodici tracce e corredato da quattro bonus-track alcune delle quali (“Lucifer”, il tema irrisolto della divinità e del male, ed “Orfeo” sulla quale tornerò) di assoluto livello, di questi tempi distratti quasi una sfida. Più d’uno gli episodi da sottolineare, inseriti in un contesto qualitativi comunque ottimo, come la lenta e cadenzata “The preacher”, “Apocalypse” ed “Enemy” che tracciano una linea di continuità con il passato, “Sick like hell” devota al metal pomposo e gothicheggiante, “Virus” poggiante su inserti elettrici e caratterizzata da un bel cantato, la ballata radiofonica “This bed of roses” affine allo spirito dei migliori My Chemical Romace. “Cara Terra natia” può risultare retorica, ma si inserisce perfettamente nel contesto dell’opera, andando così a chiuderla.  

Riprendo “Orfeo”, cantata in italiano, inizialmente mi ha lasciato perplesso, dopo ripetuti ascolti mi ha infine convinto. Riporto le parole del compositore, meglio di ogni mia aggiunta: Il testo trae ispirazione dalla poesia “Parerga ad Orfeo ed Euridice” di Francesco Peleggi (il mio professore di lettere del liceo). Mi piaceva troppo l’idea di trasporre in musica quella lingua bellissima che è l’italiano arcaico.