A distanza di circa cinque anni dal precedente 1961, i fratelli Klive e Nigel, gli In The Nursery, hanno da poco pubblicato Humberstone, album che celebra i loro primi quarant’anni di carriera. Questi quarant’anni hanno significato, per i nostri, sperimentazione incessante nel campo della musica e delle arti visuali, con risultati di valore indiscutibile, tanto che oggi, nel godersi gli apprezzamenti più che meritati, dedicano il loro ultimo disco che, non a caso, ha come titolo il loro cognome, alla famiglia, raccogliendo ricordi e influenze per creare paesaggi molto personali e dare nuova vita a storie del passato che hanno visto protagonisti antenati e congiunti. Humberstone è in effetti un lavoro particolare, in certi momenti assai ricco di pathos e, addirittura, di sentimento, in altri totalmente cupo come, del resto, la precedente produzione di In The Nursery ci aveva abituato. Ogni traccia rispecchia dunque un’infinita varietà di esperienze che spaziano fra i più disparati generi, sempre con grande libertà: una scelta stilistica necessaria per ‘raccontare’ l’eterogeneità della famiglia Humberstone come fosse una leggenda. Si comincia così con “Émigré (The Dressmaker)” ispirata ad un fatto drammatico accaduto nel XIX secolo, ovvero la tragica fine di molti migranti – fra i quali alcuni antenati dei nostri due fratelli – naufragati al largo del Capo di Buona Speranza mentre cercavano di raggiungere la Nuova Zelanda: l’atmosfera disegnata dalla musica è qui improntata al massimo della tensione, con note vibranti e solenni di stampo orchestrale, spesso opprimenti e cariche di tormento. Subito dopo, in “Ektachrome (The Animator)”, uscito anche come singolo, l’angoscia si allenta benchè lo scenario, più che rasserenarsi, divenga introspettivo e scandito da una ritmica moderata, sulla quale, nella seconda parte, spicca una tromba suggestiva; “Underscore (The Apprentice)” tratteggia immagini crepuscolari con l’aiuto di piano e splendidi archi, mentre suscita quasi commozione “Mallards (The Storyteller)” ove, sulla poesia di un piano struggente perfetto per dolci memorie, i due innestano la registrazione della voce della loro madre che racconta una storia. Si affaccia, quindi, un lampo di luce con “Cookham Stone (The Painter)”, che propone una melodia accattivante piacevolmente ritmata, mentre “Sulcus (The Ploughman)” torna a contesti tenebrosi costellati di rumorismi ‘industriali’, oscurità ribadita in “Redpits (The Gardener)”, forse il brano più ‘cinematico’ e visionario; “Suvla Bay (The Cavalryman)”, con i suoi lugubri colori ‘ambientali’, i cori surreali e le note tetre del violoncello, evoca un doloroso episodio del passato trasformandolo in un incubo. Infine, superati il piano deciso e la ritmica tesa di “Centrefire (The Gunsmith)”, “A Room At The End Of The Mind (The Jeweller)” conclude all’insegna di malinconia e solitudine un disco che consigliamo vivamente.