Esce in questi giorni – a distanza di circa tre anni dal precedente Again – il nuovo album del progetto italiano A Violet Pine, intitolato Crown Shyness. Se già nel 2019 avevamo evidenziato come la formula scelta dal gruppo proponesse principalmente suoni ‘sporchi’ e di effetto, muri sonori impetuosi e chitarre riverberate, per contesti rock poco propensi alla sperimentazione ma solidi e di grande vigore, nel 2022 rileviamo che l’ispirazione di base non è mutata: le chitarre non hanno perso la loro forza dirompente, a esprimere rabbia ed energia vitale che prevalgono, di norma, su un’inquietudine di fondo, qua e là percepibile in certi momenti più introspettivi. La prima traccia, “Rain”, esordisce con fluide note di chitarra per crescere poi di intensità, sottolineando una delle prestazioni canore di Procida più ricche di pathos. Subito dopo, “Rust” offre riverberi stoner a volontà, definendo il paesaggio sonoro cui la band ci ha abituato fin dall’album precedente: visioni fumose e sfumate al tempo stesso, suoni appannati e cattivi a palesare energia rabbiosa in libera espressione; “Us” ci mostra invece l’altra ‘faccia’ di A Violet Pine, con scenari sognanti dal sapore shoegaze e di impronta intimista nella prima metà e rumorismi nervosi e distorti poi, come per raccontare uno stato d’animo in ‘ribollente’ evoluzione e “Heaven in My Desire”, uno degli episodi più interessanti, rivela un’inclinazione postpunk forse non del tutto dimenticata. Ma ci colpisce anche la strumentale “Moz”, che torna a sonorità pesanti e a variegati ’rumorismi’, come, di seguito, “Am I There?”, efficacemente incentrata sull’interazione delle chitarre mentre la parte vocale merita ancora una volta la menzione. In chiusura, la malinconia ‘potente’ eppure ipnotica di “Buildings” e quella, invece, pungente di “All These Ghosts” concludono un disco che, decisamente, sa coinvolgere.