L’anima è un velo liso. I lembi vengono tesi finché si strappa, lasciando intravedere quello che celava. Inquietudine, paura. Kris Esfandiari esorcizza il male, ovvero lo chiama a sé a gran forza? Celestial blues va oltre il doom. Meglio, ne cattura l’essenza più tormentata per trascinarla via, in un altrove sconosciuto all’umanità distratta. Dolore, alienazione, privazione. Un disco, nove tracce, altrettante stazioni ove espiare i propri peccati. Essi si genuflettono dinanzi agli altari grondanti sangue innocente, immolando la loro Arte nel nome dell’oscurità totalizzante. La voce che s’insinua melodiosa eppoi si trasforma in un rantolo, indi in un urlo disperato, agghiacciante. Questo è Celestial blues, la forza della title-track, di “Boghz” che fanno leva sul percussionismo immane di Joseph Raygoza e sulle chitarre irose di Peter Arendorf, il cui basso percuote la struttura di “Coil” evocando le glorie del gothic-rock. Mutamenti repentini d’umore che infrangono certezze, che lasciano attoniti. La notte che vorrebbe recare conforto, ma che non riesce a rasserenare, amplificando le angosce ci abbandona tra le spire di “Paradise Lost”.  

Lacerante.