Preceduto da alcuni Ep, è uscito di recente The Sea Says, il secondo full length del progetto Vaselyne, di cui fanno parte il musicista e produttore olandese Frank Weyzig – ne ricordiamo ancora una volta la militanza nei Clan Of Xymox – e la conterranea vocalist Yvette Winkler, anche lei non esattamente una dilettante. La musica del duo è ben designata da quanto è scritto sul suo Bandcamp: ‘dark wave with a glow’, benchè, onestamente, meriti una definizione un po’ più circostanziata, giacchè, come si disse a proposito di In Dreams, raccoglie influenze varie, di certo provenienti dalle diverse pregresse esperienze e inclinazioni dei nostri; Weyzig, non dimentichiamolo, è un chitarrista di prim’ordine e il suo contributo all’interno dei Vaselyne è a dir poco fondamentale. Ai tredici brani contenuti in The Sea Says hanno collaborato anche una serie di ‘ospiti’ come Lynette Cerezo dei Bestial Mouths, Michael Aliani, Rina Vervoort e altri. Vediamo i dettagli: l’album si apre con “To The Fire”, una brevissima introduzione corale che lascia subito spazio a una delle tracce più significative, “Here To Begin”, un momento cupo ed evocativo al tempo stesso, che vede, fra le altre cose, l’intervento vocale da parte della già citata Cerezo e una prestazione alla chitarra molto incisiva. Subito dopo, la bellissima “Under Your Skin” esordisce struggente con note acustiche e archi, ma forza, per così dire, i toni nella seconda metà, dove irrompe lacerante la chitarra elettrica e la malinconia si fa tormento; con “Waiting to Exhale” lo scenario diviene davvero fosco, dal pianoforte iniziale in avanti, quando poi appare il violino accorato di Einar Ihle mentre “Shame”, cover dello splendido pezzo di P.J.Harvey e, più in là, “One Day All This Could Be Yours”, che è da riportare agli Oceansize, confermano l’eterogeneità dell’ispirazione del duo. Ma occorre segnalare anche l’ottima “Pair of Three”, ballata dal sapore nostalgico, gestita magistralmente dalla chitarra di Weyzig, ove compare Rina Vervoort al flauto e la seguente “Forever After”, il cui violino struggente coinvolge anche più del contributo vocale di Michael Aliani. In chiusura troviamo l’atmosferica “Blood in the Water”, prima che il brevissimo ‘congedo’ di “Ortuo”, ricollegandosi con l’inizio, concluda questo album notevole in stile vagamente trascendente.