Abbiamo amato anche il sesto album di Nika Roza Danilova (Zola Jesus), Arkhon. Lo pervade interamente la personalità di un’artista nel pieno delle sue possibilità, lo spirito tormentato che aveva informato i primi lavori è qui presente per manifestarsi in costrutti accattivanti e, talvolta, sorprendenti, con una solida linearità che sa farsi dramma e speranza, luce e tenebra e trovare strade sempre efficaci per arrivare a coinvolgere. Rispetto al passato, tuttavia, si rileva una ricerca di armonia che genera, solitamente, suoni meno oscuri e meno dominati da quella rabbia chiusa e ostile che ricordiamo, per esempio, in Stridulum o in Conatus: i tempi di “Hikikomori” sembrano superati a favore di ciò che che, ad onta dei nostalgici del dark duro e puro, potremmo definire maturità ed equilibrio. Per ottenere tale risultato Danilova si è appoggiata a una squadra inedita di musicisti – per esempio Randall Dunn, Jóhann Jóhannsson e Matt Chamberlain – che hanno saputo egregiamente comprendere e interpretare il significato di un’opera potente e profonda al tempo stesso: l’impatto di questi dieci brani è infatti straordinario. Il titolo dell’album, derivato dal greco antico, allude, da un lato, alla natura colta dell’arte di Zola Jesus e, dall’altro, a una percezione negativa del mondo che non lascerà certo meravigliato chi abbia già esperienza della sua musica. Ecco quindi che l’opener “Lost” – bellissima! – esordisce in modalità ‘angoscia’ per elevarsi verso inattese altezze: merita attenzione, a questo proposito, il video del regista turco Mu Tunc, che ne ritrae puntualmente lo spirito e ne evidenzia l’elemento rituale, per altro espresso dalla ritmica decisamente tribale. Apre con note cupe di piano la seguente “The Fall”, ma se l’atmosfera sembra richiamare gli inizi, l’evoluzione del pezzo, vagamente melodica, ci porta alla nuova, affascinante idea di pop targata Zola Jesus, che trova poi nella ‘luccicante’ tessitura elettronica di “Undertow” la forma vincente. Ci sono “Into the Wild”, forse l’unico episodio non ‘necessario’ per il suo indulgere in sonorità un po’ sdolcinate e ‘sentimentaleggianti’ e “Dead & Gone”, che si cimenta con un arrangiamento di impostazione ‘orchestrale’, sfondo ideale di una prestazione canora praticamente impeccabile, mentre “Sewn”, una delle tracce migliori, scandita da un drumming assai sostenuto, opta per un andamento accelerato e ‘rockeggiante’, con qualche concessione a efficaci rumorismi ‘industriali’. Abbiamo poi il momento del capolavoro, “Desire”, benchè si tratti solo di una ballata voce/piano: Danilova si conferma qui una delle voci più incredibili del panorama musicale attuale, capace anche di creare il massimo del pathos nel più minimale dei contesti; poco più avanti, ecco uno dei brani  insoliti, “Efemra”, dove lirismo vocale e dissonanze elettroniche sono sorprendentemente abbinate e, in chiusura, “Do That Anymore” ridà spazio alla disillusione, conservando l’attitudine alla melodia, per un finale icastico e vigoroso.