Sul nuovo lavoro degli Interpol, The Other Side Of Make-Believe, si è letto praticamente di tutto e i giudizi si sono trovati il più delle volte su fronti opposti, il che ci spinge a prendere posizione nella diatriba che ne è derivata. Nel concordare con coloro che hanno evidenziato la necessità di dedicare al disco un po’ di tempo, senza limitarsi a parlare dopo il primo ascolto, dobbiamo con dispiacere schierarci con chi ne è rimasto deluso e ha ripensato a quello che gli Interpol hanno rappresentato nel revival postpunk, cui hanno contribuito fortemente fin dall’inizio. Di certo, l’astro degli Interpol, per quanto meno luminoso che ai primordi, ha comunque mantenuto, nel corso degli anni, livelli più che dignitosi e non ci si aspettava quanto è accaduto in The Other Side Of Make-Believe: carenza di ispirazione, stanca ripetitività e, addirittura, idee poco chiare in cui sonorità postpunk vanno trascinandosi intorno alla ricerca della melodia perduta, incerte se cedere alla malinconia o allinearsi agli Editors e al loro senso per il commercio. Peccato, perché Paul Banks c’è e la sua voce così particolare pare oggi non saper più esprimere il pathos e le sensazioni che hanno caratterizzato i primi tre indimenticabili album del gruppo o, se lo fa, non sembra più in sintonia con il resto, manifestando una sorta di disarmonia cui i fans degli Interpol sicuramente non erano abituati. L’opener “Toni”, primo singolo estratto, pur se decisamente maltrattato dalla critica, è in tutta onestà uno degli episodi più in stile Interpol, pervaso da una malinconia intimista, esaltata dal piano e dalle tonalità meditative del canto, e proprio per questo, trae in inganno circa i contenuti che seguono. Infatti, in “Fables”, ove si preferisce un motivo più vivace e accessibile definito dalla chitarra, il pathos inizia subito ad appannarsi e “Into the Night” tenta la carta del romanticismo ma il sapore di ‘già sentito’ dilaga e richiama tanti brani del passato assai più toccanti, come è anche il caso del riff di chitarra di “Mr.Credit”, ancora una traccia degna di nota, che però ne evoca molti altri suonati da Kessler. “Something Changed”, ove ricompare un piano efficace, propone un riuscito scenario accorato, quasi un contrappunto alla banalità della successiva “Renegade Hearts”, che neanche gli sforzi del chitarrista riescono a salvare; in “Passenger” si vorrebbe quasi che Banks cantasse senza la musica. Dei pezzi restanti, menzioniamo soltanto il singolo “Gran Hotel” che infonde una botta di vita a un contesto di scarso interesse di cui non sappiamo, sinceramente, cos’altro dire.