Non ne abbiamo più parlato dopo Hunter Not the Hunted del 2012, ma And Also The Trees, mitico gruppo dei fratelli Simon Huw e Justin Jones gode sempre di ottima salute e, nel 2022, pubblica un nuovo album in studio, The Bone Carver, che merita una considerazione non superficiale. Se in passato abbiamo evidenziato come la musica dei nostri fosse destinata fondamentalmente ai fan storici, legata com’è a una formula intimista – per quanto elegante – e crepuscolare, che a molti appare grigia e monocorde, The Bone Carver ci ha fatto ricredere: la malinconia domina sempre ma è per lo più accompagnata da ‘umori’ lirici che ampliano la profondità di ogni singola nota, mentre non mancano passaggi ‘cinematici’ o suoni di maggiore densità. L’opener “In a Bed in Yugoslavia”, per esempio, che inizia con un raffinato riff di chitarra dai risvolti onirici, nonostante la delicatezza della parte vocale a cura di Simon Huw Jones non ha caratteristiche ethereal, ma riflette un mood teso e cupo, espresso da sonorità di rilevante consistenza. La seguente “Beyond Action and Reaction”, ove le note evocative della chitarra ben si accoppiano con il canto tormentato, contiene un’anima folk e la forza dirompente di certi ‘squarci’ di Nick Cave, mentre “The Seven Skies” tratteggia una melodia struggente e patetica che colpisce letteralmente al cuore; la bella “The Girl Who Walks the City” si attiene ai suoni folk – all’inizio dal sapore curiosamente natalizio! – in un’atmosfera quasi arcaica, ove le tonalità meditative del canto sembrano prefigurare una malinconica e nostalgica fantasia. Subito dopo, in “The Book Burners” continua a dominare la vocazione folk e l’incredibile clarinetto di Colin Ozanne conferisce al brano sfumature da cabaret e in “Across the Divide” lo spleen e la tensione tornano ad unirsi con effetti alla Nick Cave; “Another Town, Another Face”, uno degli episodi più singolari, attesta l’ispirazione ‘cinematica’ cui si era accennato, evocando visioni crepuscolari e un po’ decadenti. Ma “Last of the Larkspurs” strizza l’occhio al postpunk con un basso impeccabile e colori decisamente dark mentre la title track opta, ancora una volta, per sonorità ‘cinematiche’ che definiscono foschi, esotici scenari. L’album si chiude con “Sun of Kashiva”, una cupa, toccante ballata che, nel suo apparente attingere ad una quantità infinita di riferimenti, sancisce l’unicità di un sound ormai emancipato da qualsiasi etichetta.